NCAS – 4 le pensioni NON sono tutte uguali

Posted on 10/08/2011

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Bossi tuona “le pensioni non si toccano”. I sindacati tuonano “le pensioni non si toccano”
Il presupposto è che non ci sia altra strada che reperire i soldi da altre parti.
Come se le pensioni fossero tutte uguali.

Lasciamo stare le truffe pensionistiche (falsi invalidi, finti accompagnamenti etc.), che vanno colpite e stop, parliamo solo di pensioni legittime. Dicono che ad abolire le pensioni di anzianità (quelle che si percepiscono al raggiungimento di un certo numero di anni di lavoro, o meglio, di una certa somma tra lavoro ed età anagrafica) si recupererebbero 3 o 4 miliardi di euro a regime. Il costo sociale di una misura del genere sarebbe elevato: pensiamo solo al costo in termini di mancato inserimento dei giovani! Abbiamo il 30% di disoccupazione giovanile e non liberiamo neppure quei posti che potremmo liberare? Siamo veramente pazzi solo a pensarlo.

Ma ci sono altre strade? Come già visto in questo blog, sì.

Cosa sono le pensioni? Per gli economisti sono la restituzione rivalutata di versamenti fatti in età lavorativa.. Per i politici sono un modo per aggiungere gente ai cerchi delle connivenze (gli amici, che godono delle pensioni politiche, nei cerchi vicini, oppure intere categorie sociali nei cerchi più lontani). Per lo stato cosa dovrebbero essere?

Uno stato socialmente responsabile paga delle pensioni ai propri cittadini per permettere loro di avere una vita dignitosa anche quando per ragioni di età o di salute non sono più in grado di lavorare. Questo è il senso ultimo della pensione.
Non serve a comprare dei voti, ma a salvare dei cittadini dal degrado. E non restituisce semplicemente dei versamenti; non soltanto, almeno: i versamenti possono determinare se prenderò una pensione di importo minimo o una più elevata, ma non determinano l’esistenza o meno della pensione.

E se questo è il senso della pensione, allora cambia tutto. Le pensioni, allora, non sono tutte uguali: non sono la stessa cosa la pensione da 1500 euro con cui un ex- operaio o un ex-impiegato senza entrate extra mantiene anche il figlio precario ed i 6000 euro di rendita di un ex-boiardo di stato o di un ex-dirigente con consulenze varie ancora in essere, grazie ai quali il pensionato-che-non-si-tocca paga il posto barca a Santa. E non parliamo degli ex-politici.

No. Queste due pensioni non possono essere la stessa cosa. La domanda è “fino a che punto le pensioni servono per vivere decentemente?”. Una risposta di buon senso potrebbe essere: “fino a tremila euro lordi al mese”, perchè con tremila euro lordi al mese (2200 netti) si vive dignitosamente anche a Milano, che è una città cara, quindi possiamo prenderlo come soglia di decenza.
Guarda caso i dati INPS sulle pensioni divise per fasce fissano a tremila euro la partenza della fascia più alta. Il dato più aggiornato è quello del 2008: in quell’anno venivano pagate 482.725 pensioni superiori ai 3000 euro lordi al mese. La cifra media di questi assegni si assestava a circa 53.000 euro l’anno. 3.000 euro al mese per tredici mensilità fa 39.000 euro l’anno, quindi se introducessimo un tetto di decenza che dice “lo stato non pagherà più pensioni superiori ai tremila euro al mese perché non se lo può più permettere” risparmieremmo di botto 14.000 euro circa a pensionato. Il che, moltiplicato per i 482 mila pensionati di cui sopra fa circa 6,9 MILIARDI DI EURO.

6,9 miliardi! Il DOPPIO dei 3-4 miliardi ipotizzati eliminando le pensioni di anzianità, e da subito, non “a regime”. A costo sociale quasi zero: 482 mila persone sono circa l’1% dell’elettorato ed è tutta gente che, anche se gli rimanessero solo i tremila euro di pensione (non ci credo…) avrebbe comunque ampiamente di che vivere.

E allora qual è il problema?

Il problema è che tutti coloro che dovrebbero decidere questo taglio percepiscono (o percepiranno) pensioni superiori ai tremila euro al mese. Mentre nessuno di questi usufruirà di una pensione di anzianità.
Semplice, no?

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