Crisis 4 Dummies ovvero il problema del debito in 4 passaggi

Posted on 13/11/2011

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Antonio Albanese quando partecipava ad uno show faceva dire ad Alex Drastico una battuta sull’ironia. Drastico guardava il conduttore di turno e diceva “l’ironia o ce l’hai o non ce l’hai… vedi? Tu ce l’hai. Ma non ti serve a un cazzo”. Ecco, io spesso ho la sensazione che si potrebbe sostituire la parola “ironia” con la parola “conoscenza”, con buona pace dei Saviano e di tutti quelli che sperano che “far sapere” alla gente come funziona il male serva a combatterlo ed a sconfiggerlo. Io, infatti, ho spesso la sensazione che in Italia capire serva solo ad incazzarsi di più e non cambi una virgola della realtà.
Ma per adesso continuo a sforzarmi di capire e di far capire.
Quindi provo a spiegare in 4 passaggi logici, nel più puro spirito I4d, la crisi attuale. Quando si parla della crisi, semplificare aiuta, perché spesso le cose sono VOLUTAMENTE presentate come complicate. Perché più l’argomento sembra complicato e meno uno si sente in grado di contestare quello che viene proposto, anche quando sono delle solenni boiate.

I 4 passaggi logici che inquadrano la situazione, individuando anche i possibili rimedi, sono i seguenti:
1. Tutto iniziò con spendere e spandere: indebitarsi non è normale, neanche per uno stato;
2. Chi si è preso la cassa? Adesso che, ormai, siamo indebitati, decisivo è capire in che tasche sono finiti i soldi;
3. Chi sono stati i percettori: è proprio vero che a quelli che se lo sono preso, il debito pubblico, non possiamo chiederlo indietro?
4. Sì che possiamo, è la risposta. Ci sono decine di modi diversi di farsi restituire il maltolto, in particolare da alucni dei percettori, basta che a decidere non siano sempre i soliti.

1 – SPENDERE E SPANDERE
Il meccanismo con cui si crea il debito pubblico è molto semplice: se uno stato spende più di quello che guadagna, allora crea il deficit, cioè deve andare a chiedere soldi a qualcun altro per onorare i suoi debiti. Se qualcuno fa debiti un anno, ma risparmia l’anno seguente, allora può ripagarsi il suo debito e tutto resta in equilibrio. Ma se tutti gli anni si crea altro deficit, allora si crea il debito, cioè la somma dei deficit degli anni precedenti. Se un capofamiglia con figli a carico, pur essendo molto indebitato, spendesse ogni anno il 3, 4 o 5 per cento in più di quello che guadagna senza mai rimborsare i debiti pregressi, dopo un po’ gli leverebbero la patria potestà. Ma se lo fa un capo di stato, no. Resta al suo posto e tutti gli analisti a fare i salti mortali per dimostrare che va bene così. La prima cosa da tenere a mente nell’esaminare la crisi attuale è che NON E’ NORMALE che qualcuno (o qualcosa, cioè gli stati) spenda tutti gli anni più di quello che guadagna. E poi perché il debito pubblico si misura rispetto al PIL? Lo si dovrebbe misurare rispetto alle entrate fiscali, come in una famiglia, i debiti li rapporti al reddito. Il succo è uno solo: indebitarsi oltremisura non è sano, non è etico, non è giusto, eppure è successo.

Ma come ci si è arrivati? I debiti non sono tutti uguali: un conto è fare un mutuo per comprarsi la casa dove vivere e un conto è fare i debiti per cambiare ogni due anni la macchina o per l’ultimo modello di iPhone. In termini tecnici, questa pagina de “L’Inkiesta” spiega bene, anche se parzialmente, le diverse tipologie: ci sono spese per lo “Stato minimo” (difesa, ordine pubblico, giustizia) e spese per lo “Stato sociale” (istruzione, sanità, in alcuni casi, le pensioni). Quello che la pagina non dice è che in tutti gli stati, ma in particolare in Italia, c’è una parte di spesa (sia minima che sociale) che finanzia altro: finanzia gli amici da foraggiare, i partiti inutili, i giornali di partito; finanzia le aziende protette e inefficienti, finanzia i furbi che non pagano le tasse, finanzia la corruzione dell’apparato che dispone le spese stesse. Lo chiameremo “Stato parassita”. E’ quella parte di spesa statale che foraggia direttamente quel sistema delle connivenze (link) che tiene in piedi la classe dirigente in carica.

Per capire bisogna considerare due periodi distinti, nell’evoluzione del debito:
1. prima della crisi finanziaria del 2008;
2. dopo la crisi finanziaria.

Il debito prima della crisi (1975-2007)
Storicamente, si dice nell’articolo citato, la spesa per lo Stato minimo è rimasta stabile, in rapporto al PIL, dal dopoguerra in poi, mentre è molto cresciuta la spesa per lo Stato sociale. Dalle statistiche Eurostat si deduce che questa tendenza ha generato nella media dei paesi fondatori dell’Euro un aumento medio dei debiti pubblici di 30 punti percentuali del PIL, concentrati per lo più negli anni dal 1970 in poi. In quel periodo, infatti, la generale dinamica di protesta sociale spinse tutti i paesi occidentali verso l’adozione di consistenti reti di sostegno ai propri cittadini. In Italia la stessa dinamica di aumento della spesa è stata più pesante che altrove ed ha portato, in un periodo anche inferiore, ad un aumento di ben 60 punti percentuali del debito. A mio parere ciò è avvenuto per tre ordini di motivi:
1. lato spesa: in Italia c’era il primo partito comunista d’occidente e mentre negli altri paesi c’erano “semplici” proteste da svuotare, da noi si sparava nelle piazze e si gambizzavano i capi del personale più zelanti; in certi casi ci furono i manganelli, ma la vera risposta politica al pericolo di una rivoluzione fu di coccolare la classe operaia e più in generale, gli elettori, concedendo in pochi anni quelle conquiste su cui ancora oggi noi basiamo il nostro welfare, ovvero pensioni di anzianità, sanità per tutti, scuola pubblica per tutti, statuto dei lavoratori. E’ appena il caso di sottolineare che nessuna di queste cose era gratis;
2. lato entrate: le spese crescevano, ma lo Stato parassita non sopportava troppe imposizioni, quindi non si poteva aumentare la tassazione in misura sufficiente a finanziare le crescenti concessioni sociali. O meglio: non si poteva aumentare la tassazione reale, ma quella nominale (che si scarica solo su chi le tasse le paga) aumentò eccome. Dopo gli anni del boom economico, quindi, i governi DC+qualcosaltro girarono tutti invariabilmente la testa dall’altra parte, di fronte al fenomeno dell’evasione fiscale e, pur in presenza di aliquote crescenti di tassazione, il delta fra entrate e uscite andò sempre più allargandosi;
3. ancora lato spesa: gli stessi governi, nel concedere pensioni, sanità e scuole per tutti, colsero ampiamente l’occasione per mettere a libro paga (statale) intere categorie di soggetti che, con un eufemismo, potremmo definire “non essenziali” alla realizzazione del welfare di cui al punto 1: insegnanti finti, bidelli nullafacenti, segretari scolastici in mutua perenne, falsi invalidi, infermieri senza qualifiche, dottori raccomandati, pensionati liquidati sulla base dell’ultimo stipendio e tutto ciò che l’indubbia fantasia italica poteva generare. Tutta gente che ci portiamo appesa ancora adesso, trincerata dietro alla formula dei “diritti acquisiti”.

Risultato: fino al 1975 il debito pubblico italiano era stato crescente, ma ancora accettabile, assestato intorno al 50% del PIL (vedi tabella). Da lì in poi i governi Andreotti, Craxi, Forlani, Fanfani, De Mita decidono che gli elettori, se non si riesce più a convincerli con un buono stato sociale, allora tanto vale comprarseli direttamente, e dirottano soldi a palate dalla modalità-1 alla modalità-3. E così, nonostante la gran parte delle conquiste sociali siano dei primi anni ’70, il debito pubblico si impenna solo dal 1981, anno in cui è ancora del 55% al 115% del 1993.

Tabella1 - debito pubblico fino al 2007

Il riflusso per l’Italia è iniziato con gli anni di Maastricht e del primo governo Amato (1993), che prese in mano il debito pubblico a un passo dal baratro, mise l’una-tantum sui conti correnti e fece – tra una bomba mafiosa e l’altra – l’ultima svalutazione della lira, eventi dopo i quali si è affermata l’idea che il debito non potesse più aumentare indefinitamente. Lo spavento fu tale che nel 2007, tredici anni dopo lo shock e sei anni dopo l’inizio dell’euro, lo stato italiano lavorava ancora in costante avanzo, il che ha progressivamente ridotto il debito a poco più 100%, chiudendo di molto il differenziale con il debito di Francia e Germania. E’ allora che arriva la tremenda crisi finanziaria derivata dallo scoppio della bolla americana dei mutui subrime.

Il debito dopo la crisi (2007-2010)
Dopo molti decenni di soldi (il Piano Marshall), mode, vizi, abitudini e telefilm, dagli Stati Uniti alla fine del 2007 arriva in Europa la crisi finanziaria. Giusto per non perdere di vista l’essenziale, venti righe ci stanno per ricordare perché è nata questa crisi.

Michele Buono, nella puntata di Report del 31/10. “Mutui per tutti per comprarsi casa negli Stati Uniti, praticamente senza copertura, e le banche che costruiscono titoli giudicati affidabili dalle agenzie di rating vendendo il debito a mezzo mondo. Ma alle prime rate che gli acquirenti di quelle case non pagano, comincia l’effetto valanga: crolla il mercato immobiliare Usa. Quei titoli erano tossici”. Tossici perché si basavano su mutui che il debitore non avrebbe mai potuto ripagare, ma che, una volta venduti, fruttavano laute commissioni a chi li vendeva. E le banche facevano utili, all’inizio, con quelle commissioni. E gli utili generavano bonus per i manager. Tutto malato, tutto finto, tutto nel breve periodo. Eppure li avevano comprati in tanti, quei titoli, quasi tutti, anche perché le agenzie di rating avevano detto che erano ok.. Nel 2009 le banche sono piene di questa spazzatura e non si prestano più i soldi neanche fra di loro. L’economia, che funziona sul credito concesso dalle banche, è ferma, e lo sarà fino a quando le banche non avranno ricostituito quei capitali che hanno perso (per colpa loro, eh, non dimentichiamolo mai…) con i subprime.
Il resto ce lo dice, sempre nella stessa puntata, l’economista e sociologo Luciano Gallino
MICHELE BUONO
Con quali soldi sono state salvate queste banche?
LUCIANO GALLINO
In parte, con i soldi dei contribuenti, in parte creando denaro, perché il denaro le banche centrali lo creano con un click del mouse.
MICHELE BUONO
Con questa operazione gli Stati si sono ulteriormente indebitati, cioè è aumentato il deficit.
LUCIANO GALLINO
Certamente.

Con la crisi dei subprime, quindi, molti stati europei mettono mano al portafoglio per salvare, in modo più o meno diretto, le proprie banche che avevano investito incautamente i soldi. Il risultato lo mostra la tabella 2 (debito pubblico in % del PIL).

Tabella 2 - il debito dopo il 2007

Circa 22 punti di PIL di nuovo debito accumulati in soli tre anni; non molti meno dei 30 punti che erano costati oltre trent’anni di welfare generoso. E niente fa pensare che sia finita qui. L’Italia paga anche lei, ma un po’ meno degli altri, confermando in parte la vulgata che ha sempre sostenuto che le nostre banche erano messe meglio delle altre. Anzi, a pensarci bene non si capisce come possa essere aumentato di 15 punti percentuali il nostro debito quando da noi lo stato ha semplicemente prestato dei soldi alle banche (a tassi elevati) e ha preso pochissime misure di sostegno sociale ed economico. L’opinione più diffusa sulle nostre misure anticrisi era che noi aspettavamo, sperando che funzionassero le misure degli altri: come una politica così attendista possa essere costata 15 punti di PIL in termini di debito è un mistero che probabilmente affonda nelle pieghe del nostro onnivoro sistema delle connivenze.
Gli altri, invece, hanno speso soldi pubblici per affrontare davvero la crisi, comprando direttamente pezzi di banche, mettendo in campo misure sociali contro la recessione, aiuti, incentivi diretti ed indiretti. E si vede. La Svezia ci ha messo 44 punti di PIL, Londra ce ne ha messi 35.

Nota bene: nello stock di debito c’è una componente che non possiamo non considerare e sono gli interessi sul debito stesso, un valore che è via via crescente man mano che aumenta lo stock del debito. Per l’Italia, il dato di questa rassegna di Noisefromamerika (preso dal sito della BIS, Bank of International Settlement) parla di 4,5 punti di PIL

Ora ne sappiamo abbastanza per passare al punto 2, ovvero chi ha preso la cassa?

2 – DOVE STA LA CASSA?

Le componenti, ora lo sappiamo, della spesa pubblica e quindi del debito pubblico in essere sono quattro, anzi, cinque:
1. il debito per Stato minimo;
2. il debito per Stato sociale;
3. il debito per Stato parassita;
4. il debito causato dalla crisi delle banche;
5. il debito dovuto al pagamento degli interessi sul debito stesso.

La visione è volutamente manichea e semplificatrice, ma qui non stiamo spaccando il capello in quattro: stiamo cercando il filo generale del discorso. Il debito di tipo 1 e l’indispensabile del tipo 2 erano le uniche tipologie note all’inizio degli anni settanta, quando lo stock medio di debito era circa 30 punti di PIL (per noi era 55 punti). Le grandi migliorìe dello stato sociale hanno portato, nei due/tre decenni successivi, lo stock di debito 30 punti di PIL più in alto, e questo lo possiamo considerare (ragionando per macro-aggregati) il “costo del welfare”.
In Italia, però, lo stock nello stesso periodo è cresciuto di 60 punti di PIL: la differenza è, a grandi linee, tutta italiana e noi sappiamo bene che viene dallo Stato parassita. Non che negli altri stati non ci sia una componente di parassiti, ma da noi sono molti di più. Basta guardare la classifica di Transparency International, dove siamo al 67° posto, per capire il perché.
La crisi del debito per noi è costata 15 “misteriosi” punti di PIL circa e ci sono 4,5 punti dovuti ad interessi. In tutto questo, nel ’92 per noi si innestò la retromarcia dovuta allo shock della fine della prima Repubblica, dove il tremendo cocktail dovuto a svalutazione, bombe mafiose, crollo della politica e parametri di Maastricht, ci mise in riga per i quindici anni successivi. Tra il 1993 ed il 2007 recuperammo oltre 15 punti di PIL in termini di debito (dal 119% circa al 103,6). Il totale lo mostra la tabella 3: quadra al decimo di punto.

Tabella 3 - le categorie del debito italiano

Nella tabella facciamo già un passo avanti ed individuiamo i principali utilizzi che sono stati fatti di ogni categoria di spesa pubblica; possiamo quindi, passare rapidamente al punto successivo, e vedere a chi corrisponde ciascuna di queste categorie. Perché è banale regola di buon senso quella che dice che, se qualcuno si è preso delle risorse e quelle risorse devono tornare indietro, è a lui che bisogna chiederne la restituzione, no?

3 – I PERCETTORI
E’ il principio che ha ispirato gli Islandesi, quando scesero in piazza armati di pentole: se un ente X è la causa di un problema, le risorse necessarie per risolvere il problema le deve innanzitutto trovare l’ente X. Nella gestione della crisi, invece, notiamo facilmente che questo banale ragionamento sfugge alla gran parte della classe dirigente occidentale. E’ cosa tanto evidente che, quasi, non deve essere dimostrata, secondo loro: se lo stato si indebita per salvare le banche, i soldi per ripianare il bilancio dello stato non li mettono le banche (che, come dimostra Report, addirittura guadagnano speculando sulla crisi dei debiti pubblici), ma li mettono i cittadini. La sola notizia che la Grecia voleva chiedere con un referendum ai cittadini cosa ne pensano del piano di “risanamento” ha scatenato le ire di tutti i governanti europei. Come se noi non fossimo in democrazia e fare un referendum su una cosa così importante per la vita dei cittadini non ne fosse una rispettabile, ancorchè scomoda, espressione. Probabilmente hanno paura che il semplice ragionamento di cui sopra diventi patrimonio comune ed i greci, come gli islandesi, dicano “cipperimerlo” alle loro soluzioni sul problema del debito.

Andiamo con ordine, quindi. Individuiamo i percettori e verifichiamo se ed in quale misura deve essere richiesto indietro il maltolto, ovvero i soldi con cui è stato creato il debito pubblico.

Stato minimo: qui parliamo di esercito, magistratura,apparati statali. Non vanno aboliti e molti di loro neppure ridimensionati, perché costituiscono l’ossatura stessa dello Stato. C’è parecchio grasso che cola: le Maserati comprate dall’Esercito, gli enormi costi della politica e degli apparati pubblici, statali e locali, sono insulti quotidiani a tutti noi. Ma questo fa parte dello stato parassita, che analizzeremo dopo. Lo Stato minimo ci deve essere, e non va toccato, anzi è già stato toccato troppo dalla nostra classe dirigente: basta chiedere ai poliziotti che non hanno la benzina da mettere nelle Volanti, o ai magistrati che non possono fare udienza per mancanza di segretari, o agli uomini della DIA che manifestano davanti a Montecitorio per l’ennesima decurtazione dei fondi.

Stato sociale: è il classico punto di attacco dei politici e dei banchieri. Eh già, son mica loro ad usufruirne. Nella visione unica imperante, tutti i mali dei conti pubblici vengono da questa balorda idea che i cittadini di uno stato, poiché pagano delle imposte, devono poter avere indietro dei benefici, che li sostengano magari proprio nel momento in cui ne hanno più bisogno: ospedali per curarli quando stanno male, redditi quando perdono il lavoro, pensioni quando non possono più lavorare (o vorrebbero, ma non li vuole più nessuno). Loro pensano che ormai la cosa è così scontata da non doverla argomentare neanche più: se bisogna tagliare da qualche parte, è qui che si deve farlo. E io invece dico di no. E lo dico ideologicamente, esattamente come fanno loro, ma affermando l’esatto contrario: la spesa per lo Stato sociale non si tocca, caso mai si riqualifica con una spending review, ma senza abbassare il totale. Vuoi vedere che i soldi che servono li troviamo lo stesso?

Stato parassita: se uno vuole stordirsi di cifre, consiglio “Soldi Rubati” di Nunzia Penelope. In quelle pagine sono contenuti una miriade di dettagli agghiaccianti su quanto costi all’Italia lo Stato parassita, espresso in tutte le sue manifestazioni. Una frase per tutte: “Le centinaia di miliardi che ogni anno finiscono nel buco nero dell’illegalità… non sono un’entità astratta: …sono il nostro debito pubblico, sono i treni dei pendolari tagliati, i biglietti degli autobus che aumentano di prezzo, la lista d’attesa di sei mesi per una TAC, l’insegnante di sostegno per i bambini disabili eliminato, la cronica mancanza di asili nido che ostacola l’accesso al lavoro delle donne”.

In questo articolo che parla del libro c’è un riassunto che basta e avanza: prendendo i soli costi annui di corruzione (60 mld) ed evasione fiscale (120 mld) si ottengono 180 miliardi di euro all’anno (all’anno!!!!): in dieci anni si recupererebbe l’INTERO debito pubblico italiano.

Corruzione ed evasione, infatti, sono le macro-categorie in cui si sono manifestati i cerchi delle connivenze, cioè tutti coloro che

  1. il sistema di potere mette – lautamente remunerati – nei vari posti di potere per fare esattamente quello che gli dicono di fare, ovvero tradurre in atti formalmente validi le decisioni prese nei centri di potere veri; questi sono il primo ed secondo cerchio;
  2.   ottengono dallo stato (o dalle sue emanazioni) vantaggi materiali più o meno consistenti in cambio della fedeltà politica; parliamo di tutti coloro che sono stati assunti, assistiti senza diritto, coccolati, rifocillati, stipendiati, autorizzati a spendere da un qualche ente o istituzione pubblica. Oppure parliamo di tutti quegli imprenditori che ottengono appalti pubblici in virtù di tangenti, di tutti i settori che vivono al riparo dalla concorrenza grazie alle leggi; di tutti gli evasori che dormono tranquilli. Costoro sono il terzo cerchio, quello che, quando c’è da votare, perpetua la classe dirigente in carica (destra o sinistra che sia), perché sa che, se andasse al potere una forza politica seria, per loro sarebbero cazzi amari (scusate il francesismo).

Credo che non ci sia bisogno di argomentare oltre: dallo Stato parassita si possono recuperare un sacco di soldi. Quanto lo vediamo al punto 4.

Salvataggi bancari: l’Italia ha messo meno degli altri e non è azzardato pensare che, per noi, quel 15% di aumento del debito pubblico sia in parte rilevante da imputare ad un’ulteriore espansione dello Stato parassita. L’argomento, quindi, vale più per gli altri paesi che per noi. Torniamo un attimo ancora all’Islanda: il referendum che ha bocciato il primo piano di emergenza (quello ispirato ai “soliti” principi, ovvero: il debito delle banche lo paghino i cittadini) è stato votato contro l’opinione di entrambi gli schieramenti politici, schieramenti che in apparenza, erano alternativi, ma che in quell’occasione sostenevano congiuntamente le ragioni delle banche. Dopo che fu chiaro che i cittadini non avrebbero pagato, successe un’altra cosa. La racconta la già citata puntata di Report:
MICHELE BUONO
Alla fine chi pagherà?
ROBERT MARSHALL – DEPUTATO E PRES. COMMISSIONE GENERALE PARLAMENTO ISLANDESE
Abbiamo negoziato con la proprietà della banca e abbiamo scoperto che ci sono risorse sufficienti per pagare il debito. Quindi alla fine non sarà la Nazione a pagare, ma le banche con le proprie risorse.”
Oops. I soldi c’erano, dunque, ma le banche islandesi, come si dice a Roma “ce stavano a provà”. Se gli islandesi fossero stati buoni e zitti, come dicono di fare ai greci, si sarebbero accollati debiti non loro al posto di soggetti pieni di soldi. Nella nuova proposta di costituzione islandese, che sarà prossimamente sottoposta a referendum, tra le altre cose, si stabilisce che il denaro pubblico non può in nessun caso essere usato per salvare le banche. Giusto per evitare che qualcun altro in futuro ci riprovi, magari sotto Natale, confidando che i cittadini abbiano tutte le pentole impegnate per cucinare.

Tuttavia, prima di chiuderla qui, va posta una domanda ulteriore: è fattibile un simile proposito in paesi più grandi come quelli coinvolti dai crac del 2008 e seguenti? E ancora: ora che molti paesi occidentali hanno già provveduto a salvare le banche con soldi pubblici, è tecnicamente possibile riuscire a farsi dare indietro il maltolto? Dal punto di vista etico la risposta sarebbe “sì”, visto che oltretutto, come dimostra l’inchiesta di Michele Buono, le grandi banche non mostrano alcuna riconoscenza e speculano addirittura sui default del debito di quegli stati che loro stesse hanno allargato. Delle istituzioni il cui profilo comportamentale è così palesemente distante da quanto si può definire “interesse pubblico” non meritano alcuna comprensione, né alcun aiuto. Ma queste istituzioni assolvono, purtroppo, ad almeno due funzioni pubbliche di capitale importanza: custodire i risparmi dei cittadini e determinare, attraverso i prestiti, la quantità di moneta in circolazione nel sistema economico (per un’ottima trattazione del tema, vedi qui). Possiamo discutere di quanto ciò sia inopportuno, ma questa è la realtà. Ed in più, sommando banche italiane ed estere, esse detengono una rilevante percentuale dei titoli pubblici italiani in circolazione, circa il 32% del totale (58% se contiamo anche le assicurazioni), come riportato qui. . Il Corriere della Sera del 8 novembre riporta in prima pagina di economia un rapporto di Mediobanca che calcola in circa 340 miliardi l’esposizione complessiva delle venti maggiori banche europee verso i titoli pubblici dei PIIGS, oltre metà dei quali relativi ai titoli pubblici italiani.

Tecnicamente parlando, le banche e le assicurazioni tengono per le palle gli stati d’Europa, e quindi noi cittadini. Se ci fosse bisogno di un argomento definitivo per dimostrare il perché è meglio che uno Stato non abbia debiti, o non ne abbia troppi, questo lo è più di tutti. Solo chi non dipende da altri è autonomo: sembra una tautologia, eppure è l’esatto contrario di quanto predica l’economia occidentale, che sul debito basa la sua sopravvivenza, rendendo alla fine tutti dipendenti dalle banche.
Dunque? Dunque se decidessimo di far ricadere su di loro quel 22% di PIL che è costato agli Stati europei non farle fallire tre anni fa, le banche si troverebbero con percentuali tra il 30 ed il 70% dei loro patrimoni svaniti nel nulla. Ancora una volta sarebbe colpa loro, come nel 2008: non è stato il dottore ad ordinargli di investire in bond pubblici italiani o greci, ma le conseguenze sarebbero un’immediata contrazione dei soldi in circolazione, ottenuta attraverso il rientro da una percentuale simile di prestiti accordati alla clientela. In altre parole, ci sarebbe il pericolo di un’implosione dell’economia. Il rientro dai debiti fatti non può essere immediato e totale, perché tutti sono inguaiati ed indebitati. Lo sono le imprese ed i privati che sul debito hanno costruito parte delle loro ricchezze attuali; lo sono gli stati che con il debito hanno finanziato quello che non riuscivano a farsi pagare dai cittadini. Lo sono le banche, che lo fanno di mestiere, ma evidentemente potrebbero farlo meglio, se per la seconda volta in tre anni si trovano con percentuali consistenti dei propri attivi falcidiate da errori di valutazione.
Nessuno o quasi è innocente, in questo mondo drogato, e proprio per questo al punto in cui siamo ci vuole un percorso di progressiva riduzione dei debiti e quindi degli attivi, non una sparizione dall’oggi al domani del 30% dei soldi in circolazione. Forse in Islanda, su due o tre banche, si può fare, ma non si può (ancora) fare sul sistema bancario europeo nel suo insieme. Ma qui mi fermo: è argomento che ancora non capisco fino in fondo e sul quale non voglio fare ipotesi troppo azzardate. Diciamo che, dato che non siamo sicuri, nel capitolo 4 non parleremo delle banche per cercare i soldi che servono a rimettersi in linea di galleggiamento. In un primo momento potrebbe perfino non servire.

Gli interessi sul debito pubblico: per vedere i percettori di quest’ultima categoria di debito, veda qui questa semplice grafica, che parla del debito italiano e di chi lo possiede. Gli interessi, però, rispetto alle altre componenti sopra accennate sono più direttamente influenzabili dalle politiche dell’emittente: in altre parole, se vuoi diminuire gli interessi, devi agire bene e se agisci bene, gli interessi che devi pagare diminuiscono. Quindi stiamo parlando, per una volta, di una variabile di mercato, che in questo caso mi pare funzioni correttamente, strettamente dipendente dalle altre: migliorando gli altri aspetti, gli interessi diminuiranno da soli. Dal punto di vista strettamente tecnico, però, non va dimenticato che gli interessi sono la prima cosa che si taglia quando uno stato comincia il default: il primo passo di un ente che non sta più dietro al proprio debito è smettere di pagare gli interessi: un’ammissione implicita che di tutte le manifestazioni del debito, questa è probabilmente quella meno giustificabile socialmente. Su questo punto, perfino in Grecia hanno fatto una distinzione tra percettori ed hanno prima di tutto tagliato le somme che sarebbero andate a favore delle banche: se capitasse con l’Italia, c’è un 25% dei percettori (14% italiani e forse 11% stranieri) che sembrano essere privati cittadini, più una quota dei sottoscrittori dei fondi che potrebbero esserlo e che al massimo cuba per un altro 20%. Su questo 45% di percettori sarebbe probabilmente necessaria più cautela che con gli altri, nel tagliare gli interessi, ma in fondo si tratterebbe solo di mancati guadagni. Di questi tempi, è il minore dei problemi.

4 – I RIMEDI

Io non sono il ministro dell’economia, né tantomeno il Presidente del Consiglio. Dove trovare i soldi sarebbe un compito loro, e di quella politica che per questo è (lautamente) pagata ogni giorno. Ma siccome la politica è bloccata dalla sua stessa incapacità nel sistema delle connivenze, ogni manovra volta a recuperare dei soldi non fa che riproporre il solito schema, ovvero i soldi si prendono dove politicamente è permesso prenderli. E’ stato ed è tuttora questa la vera chiave interpretativa con cui leggere tutte (e sottolineo tutte) le manovre che si sono susseguite da agosto in poi: in questo post di I4d esaminavo la prima manovra. E’ tutto tranquillamente applicabile anche alle successive correzioni. E le contromanovre del PD non si discostavano poi tanto, soprattutto nelle logiche di fondo, come dimostravo in questo altro post: la differenza stava solo nel fatto che, per le ragioni sbagliate, alla fine si colpiva la parte giusta. Quindi finchè c’è questa classe politica, ci saranno manovre del vecchio tipo.

Comunque: partiamo dalle cose grosse: 180 miliardi potenziali possono venire dal recupero dell’evasione e dei costi della corruzione. Ma i conti li vorrei fare bene, in modo realistico e sappiamo bene che quanto eventuali misure, per quanto efficaci, potrebbero davvero ottenere non è il recupero immediato di tutto il maltolto. Facciamo prudenzialmente conto che la miracolosa venuta di un governo credibile ne recuperi inizialmente un terzo. Una seria revisione delle spese ed il semplice ascolto di qualcuno dei numerosi pareri ragionevoli che gente indipendente e seria ha fornito in passato sui possibili modi di ridurre la corruzione e di stanare l’evasione fiscale potrebbe recuperare molto di più dei 60 miliardi che ipotizzo io, ma il calcolo vuole essere prudenziale.

Recupero n.1: 60 miliardi l’anno da evasione corruzione.

All’estero si stima che ci siano 500 miliardi di euro di capitali italiani esportati illegalmente, sui quali non sono state pagate le tasse: se facessimo con la sola Svizzera (dove ce ne sono intorno ai 180-200 miliardi) un accordo simile a quello che hanno fatto Germania ed Inghilterra (le banche svizzere, sulla base di questi accordi, tassano ad aliquote che possono essere anche del 30% i capitali dei tedeschi in Svizzera senza rendere nota l’identità del possessore), potremmo recuperare da subito tra i 40 e i 60 miliardi di euro. Nella puntata di Report del 6/11, in cui si parla proprio di questa vicenda, pur confermando l’entità complessiva delle cifre coinvolte, intorno ai 200 miliardi come per la Germania, si stima in solo 15-20 miliardi il possibile introito (ma i conti non quadrano, se lo stock fosse anche solo di 150 miliardi, 15 miliardi di introito corrispondono al 10% di aliquota: la Germania ha applicato percentuali tra il 19 ed il 34%). Ma l’iter di questa proposta spiega meglio di mille analisi quale sia il problema: dopo alcuni approcci nel mese di settembre volti a sondare – sotto la pressione crescente delle misure da prendere sul debito – la possibilità di un accordo, tutto è stato bloccato. Un’interrogazione del PD ha chiesto il perché e la risposta del sottosegretario Vito è lunare: non possiamo prendere a modello l’accordo tedesco perché è “poco trasparente”, risposta sostenuta anche dall’autorevole parere espresso in Commissione Finanze del Senato del “duro e puro” Mussari, numero uno dell’ABI e presidente di una banca “di sinistra”, eppure tra le meno trasparenti d’Italia. Eh, certo: fare un accordo che costringe a pagare il 30% di tasse, anche se anonimo, non va bene: meglio lo scudo fiscale, allora, che tassa al 5% e, guarda un po’, nemmeno lui chiede di sapere i dati degli evasori (li sanno le banche, ma non li comunicano). Detto per inciso: gli evasori greci hanno circa 200 miliardi in Svizzera, una cifra enorme se paragonata alle dimensioni di quell’economia e che, se tassata alle aliquote tedesche, da sola ridurrebbe del 20% lo stock del debito in essere. Ma, come dice il ministro Venizelos, gli evasori sono ben rappresentati anche in parlamento e quindi l’accordo, anche se raggiunto, potrebbe non essere approvato. Alla faccia dello “stato di necessità”.

Recupero n.2: 50 miliardi una tantum dalla patrimoniale sui capitali all’estero più 2-3 miliardi ogni anno dalla tassazione delle relative rendite.

In questo post ho esaminato in modo essenziale la possibilità di tagliare tutte le pensioni sopra i tremila euro al mese, risparmiando da subito circa 7 miliardi l’anno. Notizie come questa, però, fanno pensare che forse si potrebbe anche osare di più: perché lasciare a Draghi, o D’Antoni, o Di Pietro o Masera la rispettiva pensione, anche riducendola a 3 mila euro al mese, quando è evidente che non ne hanno bisogno, perché in possesso di elevatissime fonti di reddito diverse? Il giorno che costoro saranno nullatenenti, ripristineremo la pensione da 3 mila euro, ma prima: niente. Qui le stime sono arbitrarie: noi non sappiamo quanti dei 480 mila pensionati da oltre 3 mila euro al mese posseggono altri redditi. L’Agenzia delle Entrate forse sì, ma le dichiarazioni non sono – guarda caso – pubbliche e quindi dobbiamo fare delle ipotesi. Se metà dei pensionati oltre i 3 mila euro mensili è autosufficiente economicamente (stima prudenziale: stiamo parlando di pensionati ricchi: ex-dirigenti, alti funzionari pubblici e privati etc.) vuol dire che potremmo risparmiare un’ulteriore metà del monte pensioni, ridotto a 3 mila euro al mese. Il Monte pensioni complessivo annuale di questa categoria di pensionati sarebbe circa di 39 mila euro a testa per 480 mila soggetti, cioè circa 18,7 miliardi. La metà ammonta a circa 9 miliardi.

Recupero n.3: 16 miliardi l’anno dal taglio delle pensioni d’oro.

Il costo della politica. Tutti a dire che è demagogia e che tagliare in questa voce avrebbe solo un valore simbolico. Simbolico un corno. Basta leggere questo articolo di Repubblica per cambiare idea. 24 miliardi totali di costo annuo non sono bruscolini e chi può dire senza timore del ridicolo, che i vari enti, aziende e simili che costituiscono la macchina istituzionale non potrebbero funzionare tranquillamente con metà degli effettivi attuali (assessori, consiglieri, consulenti etc.), anche a parità di stipendi? Si potrebbe fare molto meglio, lo so, ma stiamo prudenti: 12 miliardi l’anno sono belli che recuperati.

Recupero n.4: 12 miliardi l’anno dai costi della politica.

Basta così.
Un governo serio potrebbe recuperare su decine di altre voci di palese iniquità, dalle missioni militari all’estero all’ICI sugli immobili ecclesiastici, dai finanziamenti alla stampa fintamente di partito ai ridicoli costi delle concessioni di beni pubblici come le autostrade, l’etere o le spiagge. Una spending review ben fatta farebbe miracoli nel continuare l’opera di ripulitura del bilancio pubblico ed continuerebbe progressivamente nel tempo a dare risultati anche (e non è cosa da sottovalutare) in termini culturali.
Ma ai nostri fini abbiamo già dimostrato abbastanza, credo. Novanta miliardi l’anno di risparmi strutturali sulla spesa pubblica, più una cinquantina una tantum dai capitali all’estero. In cinque anni fanno 500 miliardi di riduzione della spesa pubblica e quindi del debito. Sono circa 30 punti percentuali del PIL: in soli cinque anni, considerando anche i minori interessi che sicuramente una simile azione ci varrebbe grazie alla credibilità acquisita, scenderemmo abbondantemente sotto il 100% del PIL, forse addirittura al 75/80%.
In dieci anni saremmo a posto, senza tagliare un solo euro di spesa sociale. E senza chiedere indietro un solo euro a quelle cattivone delle banche.
E potremmo anche ridurre le tasse di parecchio. A tutti quelli che le pagano, che sarebbero molti più di oggi.

Il fatto che io, che non sono nessuno, possa a concepire dei sostanziosi rimedi lavorandoci su qualche giorno nel tempo libero e setacciando la rete in cerca di idee (ce ne sono a decine, di ottime, basta saper cercare. MicroMega ha fatto un numero speciale solo di proposte) rende con evidenza l’idea che questa non è semplicemente una classe dirigente di incapaci.

E’ molto peggio: questi sono in malafede.

PS: e Monti? Monti l’ho avuto all’università come professore di economia politica, al primo anno. Entrava in aula, si sedeva in cattedra, apriva il libro di testo e leggeva sereno. Per spiegare economia come la spiegava lui sarebbe bastato Orazio Coclite: non siamo di fronte ad un brillante pensatore, quindi. Che nessuno si aspetti colpi di genio: il fatto che questo audace innovatore sia transitato da tutti i più importanti snodi del potere economico e finanziario mondiale dice, però, che sa coltivare bene le sue relazioni. E dice anche che non vorrà guastarle: peggio di B è difficile fare, ma non la vedo per niente bene.

Alcune fonti:
Serie storiche del debito pubblico (tavola 55b)
Money as Debt: la genesi delle banche e del debito.

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