La logica delle crisi

Posted on 19/02/2012

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Voglio mettere insieme alcune cose lette qua e là che stanno fra loro come i pezzi di un puzzle prima di essere avvicinati l’uno all’altro, ma che nel loro insieme svelano bene la logica che sta dietro a queste crisi e, soprattutto, ai rimedi che vengono presentati. La mia tesi è che la logica con cui si affrontano le crisi sia sbagliata. Di più: sia in malafede. Talmente in malafede da farmi pensare che le crisi siano una specie di manna per il lato forte del nostro corpo sociale. Userò il parallelo Grecia – Italia perché, a guardarli bene, la crisi greca ed i provvedimenti italiani sembrano come due voci della stessa canzone, come quando si canta “Fra Martino” a più voci e uno parte quando l’altro è arrivato a “dormi tu”. E’ sempre la stessa canzone, cantata con qualche battuta di ritardo: se uno ascolta bene, sente già come va a finire.

I miei quattro indizi, presi da alcune news degli ultimi dieci giorni:

  1. Ma non eravamo in crisi? Massima priorità per il decreto “svuota-carceri”,: sarò un tipo sospettoso, ma quando vedo persone evidentemente aliene dalle problematiche della così detta “povera gente” interessarsi così calorosamente del destino dei poveracci che stanno in carcere mi viene qualche sospetto. Più strano ancora che così spesso un nuovo governo usi il credito di cui è inizialmente dotato per fare cose tipo questa: lo fece Prodi all’indomani di elezioni vinte nel 2006, lo fa oggi Monti che le elezioni non ha nemmeno dovuto farle e gli hanno addirittura regalato il posto di senatore a vita (en passant: più posto fisso di così….). Perché? Le connivenze guidano tutto e (per approfondimenti, leggere qui) se un governo si gioca la credibilità sui problemi reali per occuparsi di carceri, vuol dire che ci sarà qualcosa che, tra un poveraccio e l’altro, salva qualcuno dei loro. Leggendo questo articolo di Tinti ho capito cos’era, quel qualcosa: se sono tutti impegnati con la fuffa, nessuno farà più i processi seri, così eliminiamo anche quell’ultima, residua possibilità che qualcuno venga condannato per qualcosa di serio prima che intervenga la prescrizione. Era una remota possibilità, ma, si saranno detti i tecnici, perché rischiare? Sulla giustizia ci sarebbero provvedimenti molto più inerenti alla crisi (vedi punto 4) da prendere subito e invece no: prima le carceri. Che nobiluomini (e nobildonne) questi tecnici.
  2. Dobbiamo ridurre il debito o licenziare i dipendenti?
    Superbonus commentatore finanziario de “IlFatto” dice: “Draghi (e Monti, aggiungo io) è lì per fare delle cose precise, che non hanno a che fare con la soluzione della crisi, quanto con gli interessi delle banche”, mentre le discussioni sulla riforma del lavoro, voluta dal Governo, le fanno i sindacati e Confindustria. Il governo sta alla finestra ed attende controproposte. Evidentemente la troika sindacale ha realizzato che il governo, oggi, è più oltranzista degli industriali, per quanto riguarda le politiche del lavoro e quindi è meglio parlarci dopo, con un accordo con Confindustria già pronto in tasca. E intanto, BCE e governo agiscono come un sol uomo per aiutare le banche, senza preoccuparsi se questi aiuti vadano o meno a favore dell’economia reale… al che il dubbio mi viene: non sarà che l’obiettivo numero uno è fare oggi in poco tempo quello che fino a ieri non sembrava possibile neanche dopo mesi di trattative? Giusta o sbagliata che sia, la riforma delle pensioni è stata conclusa in tre settimane: chi l’avrebbe detto? “Le banche le sistemiamo tra di noi, adesso sotto con l’articolo 18” si saranno detti. Che siano discussioni inutili si capisce subito ponendosi una domanda: che tipo di paese dovrebbe essere quello in cui è necessario abolire una norma come l’articolo 18? E’ un posto in cui le aziende non stanno dietro alla domanda perché non riescono ad aumentare abbastanza la produzione; è un luogo dove le aziende non assumono la nuova forza lavoro di cui necessiterebbero perché poi temono di non poterla licenziare in caso di ciclo economico negativo, oppure non riescono ad aumentare la produttività in maniera sufficiente per far fronte alle richieste del mercato. In un paese così la soluzione potrebbe essere davvero rendere più facili i licenziamenti: chi ha un posto lavora di più perché teme di essere licenziato e può assumere lo fa, perchè sa che un domani potrà anche licenziare. E’ questa la situazione dell’Italia? Direi di no: noi – come molti altri paesi avanzati – siamo un paese dove si produce troppo per le capacità di acquisto attualmente disponibili. Siamo un paese saturo di merci che esporta in paesi a loro volta saturi. E non venitemi a parlare di costi troppo alti che rendono poco competitivi i nostri prodotti: da almeno un decennio gli imprenditori italiani delocalizzano massicciamente in paesi con ridotti costi di produzione e non mi pare di avere notato un calo dei prezzi nei prodotti finiti. Semplifico: non sarà che i cumenda hanno semplicemente cambiato più spesso il SUV? Quindi a cosa serve abolire l’articolo 18? A niente, o almeno, a niente che abbia a che vedere con la soluzione dei problemi legati al debito. E nemmeno con quelli legati alla crescita, visto che siamo in una crisi di domanda, a meno che non si voglia dire che il problema della Fiat è fare 17 turni di produzione invece che 18. E allora torno sospettoso: non è che, aprofittando della crisi, si scardina il sistema figlio degli anni ’70, delle proteste – diciamolo – anche violente di quel tempo e del conseguente potere contrattuale acquisito dalla parte debole del sistema? Un potere che era figlio dell’idea che il modo migliore per evitare che ci fosse sul serio la rivoluzione era dare alla gente un po’ più di quanto avesse bisogno, in modo che non avvertisse più l’esigenza di farla. Oggi, invece, probabilmente sono convinti che la rivoluzione non la faremo comunque e, siccome la torta tende a contrarsi, pensano sia venuto il momento di riprendersi anche le briciole. Perché di briciole si tratta, anche se vogliono farci credere il contrario.
  3. Grecia docet: la festa è finita, ma non c’era una festa sola. La vulgata degli economisti duri e puri dice “Angela ha ragione: i Greci si rassegnino che la festa è finita” Quali greci, e che festa? Hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità per troppi anni, hanno falsificato i bilanci ingannando i “poveri” investitori che hanno comprato i loro bond e adesso pensano di cavarsela facendo pagare quei galatuomini dei tedeschi. Hanno intascato stipendi pubblici immeritati da 1000 euro e pensioni da 800 euro al mese, ma come si permettono? Questo è un mondo difficile e spietato, dove bisogna farsi il mazzo e meritarsi ogni singolo euro guadagnato, altro che welfare. E questo non è molto diverso da quello che si potrebbe dire di noi italiani, e dei nostri 3,5 milioni di dipendenti pubblici e 15 milioni di pensioni, con i lavoratori dipendenti troppo affezionati alla monotonia del posto fisso. Eppure gli studiosi (tali si considerano, gli economisti) dovrebbero sapere che quando si esamina un fenomeno, vanno esaminati tutti i suoi fattori determinanti, e non solo uno. Il debito pubblico non nasce soltanto perché c’è troppo welfare: questa è solo una delle grandi cause del problema, perché un’altra è la spesa pubblica parassitaria (per un esame più approfondito, vedi qui), cioè quella spesa derivante da corruzione, evasione e clientele. Italia e Grecia sono anche i due paesi europei con maggiore quota di economia in nero, di evasione fiscale e di capitali esportati illegalmente all’estero. Eppure nessuno ne parla, mai. La festa che questi greci hanno fatto finora non è forse molto più grande e dannosa di quella che hanno fatto gli altri? Non hanno creato anche loro debiti? Non hanno generato deficit? Hanno forse agito secondo le regole dell’efficienza così care agli economisti o piuttosto si sono appoggiati ad amicizie e connivenze, deviando cifre importanti di spesa pubblica su impieghi inutili e improduttivi? Ooops. E non sono solo greci: sul Corriere della Sera 13/2 Marco Nese svela che la Grecia dovrà economizzare su tutto, ma non sulle commesse militari per Francia e Germania. Per le pensioni minime i soldi non ci sono, ma per i sottomarini ThyssenKrupp sì, ci sono, anzi, ci DEVONO essere. In quale teoria economica rientrano queste cose? Con quale algoritmo di matematica finanziaria si giustificano questi furti? La denuncia delle pressioni sulla Grecia per acquistare armi
  4. C’è debito e debito. Perché tutta la parte “in nero” del deficit greco (e di quello italiano) non esiste o quasi in negli articoli e nei blog di illustri economisti che parlino della crisi? Beh, certo, raccontare che i soldi, in Grecia, ci sarebbero per pagare tutte le pensioni e tutti gli stipendi statali, se solo non se li fossero ciucciati evasori, riccastri senza palle e vampiri europei di passaggio non è rassicurante. Obbligherebbe a prendere in considerazione, magari, l’ipotesi che tagliare le pensioni minime sia solo la più ingiusta (e forse perfino inutile) delle soluzioni possibili, come sostiene anche qualcuno vicino alla Merkel, che dice “l’austerità è un suicidio“. Francesco Greco (l’ultimo PM di mani pulite ancora in servizio), la Corte dei Conti, Paolo Flores d’Arcais dicono a distanza di pochi giorni la stessa cosa: c’è un sacco di soldi che nessuno vuole recuperare. Sono i soldi rubati dalla corruzione e dagli evasori fiscali e sono tantissimi, per noi intorno ai 180 miliardi. Basterebbe poco, a un governo di questo genere, per fare quelle quattro cinque cose che alzerebbero il livello vero di lotta alla corruzione. Ma non le fanno: pensano alle carceri, all’articolo 18, alle tariffe dei taxisti, al costo del paracetamolo.

Se tre indizi fanno una prova, figuriamoci quattro: le crisi servono per realizzare senza opposizione ciò che fino a ieri nemmeno il più visionario dei liberisti avrebbe osato sperare. L’ultraliberista (con i soldi degli altri) Milton Friedman diceva ai suoi studenti “bisogna aspettare e diffondere le proprie idee, diffondere ed aspettare fino a che ciò che era politicamente impossibile diventi politicamente inevitabile”. E questo, a Monti ed ai suoi sodali, deve proprio essere sembrato il momento giusto per darci dentro: “quando ci ricapita un’occasione così?” si saranno detti. Il PD è come se non c’è e quindi sotto con le riforme ultraliberiste.

La logica delle crisi, in realtà, è sempre quella che diceva Friedman, ma anche Mao (“grande è la confusione sotto al cielo. La situazione è eccellente”): prendere, arraffare, confiscare, approfittare. Con ogni mezzo, ad ogni occasione, finchè ce n’è, senza pietà, e che i poveri si impicchino. In Grecia come in Italia, come fossimo ancora nella jungla. Alla faccia della sobrietà e della misura. Alla faccia del mercato e della concorrenza, che vanno bene quando ci guadagno e vanno eliminate se a perdere potrei essere io.

Il gioco è truccato, gente. Giocare con le loro regole ci renderà poveri e sconfitti, perché le loro regole, per loro, non esistono. Il posto fisso, per loro, è una realtà. Le commesse, per le loro aziende, arrivano senza confronto, senza concorrenza. I soldi, loro, li prendono, non li guadagnano. E il conto, alla fine, lo pagano gli sfigati, coloro ai quali erano state date un po’ di briciole qualche anno fa, non perché erano buoni, ma solo perché sembrava si stessero incazzando davvero.

Ma “desperate people make desperate things“. Sarà questo l’errore che li condannerà? Io tifo per i greci: la canzone, per noi è appena partita.

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