Il concorso esterno non esiste. Come la mafia a Catania, vero dr.Grassi?

Posted on 14/03/2012

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Pensavo che usare la logica bastasse per commentare la doppia sentenza di qualche giorno fa sulla mafia.

Un giudice di Firenze dice che, è ufficiale, lo Stato ha trattato con la Mafia nei primi anni novanta, a seguito degli attentati posti in essere da quest’ultima. Un altro giudice della Cassazione dice che Dell’Utri non è imputabile di concorso esterno in associazione mafiosa, perché non esistono i presupposti del reato. In sostanza, dice il giudice, cosa sarebbe questo “concorso esterno”? Come si configura? Se non li becchi a parlare fitto fitto o li becchi ma non senti quello che dicono, che reato c’è? La logica mi diceva due cose:

Punto uno: quando c’è una trattativa tra due parti ed una delle due parti pone in essere delle pressioni (violente) sull’altra, se le pressioni a un certo punto cessano di colpo senza che la parte in questione sia costretta a farlo, cosa significa? Ha capito che stava facendo la cattiva ed ha smesso oppure ha ottenuto quello che voleva? Come diceva “Quèlo”: la seconda che hai detto. Il fatto che Conso, guardasigilli dell’epoca revochi a fine ’93 oltre trecento provvedimenti di 41bis avrà forse a che fare con la fine delle stragi, che avviene subito dopo? La logica dice di sì.

Punto due: se l’obiettivo di quelli di prima non era solo di breve termine (far smettere il carcere duro), ma anche di trovare nuovi interlocutori politici, è evidente che non li avrebbero cercati in parti dello Stato in carica, già ampiamente sfruttate ed in via di sostituzione, ma in esponenti “nuovi” che stavano per subentrare a quelli di prima. Il fatto che in quegli anni sia entrato in politica un certo signore milanese ma con solide amicizie palermitane, che da un decennio già investiva, con tutta probabilità, i loro soldi (non si è mai chiarito da dove arrivavano i miliardi versati di botto sui libretti al portatore nel ’78) vi dice qualcosa? Il fatto che poi il partito da lui fondato abbia fatto il pieno di voti in Sicilia vorrà dire qualcosa? Il fatto che le sue amicizie palermitane fossero citate da numerosi e concomitanti esponenti mafiosi come i “referenti” attraverso cui arrivare a lui vorrà dire qualcosa? Oppure, come dice il giudice, il reato in questione si configura solo quando uno fa una ricevuta scritta alla Mafia S.p.A con causale “tangenti”, oppure se assume il figlio del capoclan alla Fininvest?

Questo pensavo di scrivere, fino a ieri. Poi ho letto un articolo di Nando Dalla Chiesa sul “Fatto”, ed ho capito tutto. La logica non inganna mai.

Lo riporto quasi per intero: vale la pena.

Grassi a Catania, storia di un giudice chiacchierato

IL MAGISTRATO CHE HA ANNULLATO LA CONDANNA DEL SENATORE

di Nando Dalla Chiesa

   Sant’Iddio, la memoria. Che cosa è non averla… Ma davvero vi pare così strano che una Corte presieduta in Cassazione dal giudice Aldo Grassi abbia annullato la sentenza d’Appello su Marcello Dell’Utri e abbia sconfessato il concorso esterno in associazione mafiosa? E allora sentite questa storia. C’era la Sicilia degli anni Ottanta. E c’era la mafia, naturalmente. Forte, fortissima a Palermo, che era da sempre casa sua. Meno potente ma ormai in crescita a Catania, dove aveva rapporti strettissimi con i maggiori imprenditori locali, chiamati “Cavalieri del lavoro”, anche se la parola d’ordine era che la mafia non vi esistesse. A Palermo però stava affiorando una magistratura nuova (…)

PER QUESTO i giudici vi venivano uccisi, anche ai livelli più alti. Il capo ufficio istruzione Cesare Terranova (1979), il procuratore capo Gaetano Costa (1980) e di nuovo il capo ufficio istruzione Rocco Chinnici (1983). E dietro di loro cresceva il prestigio e l’influenza di altri magistrati più giovani, due dei quali si chiamavano Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. (…). A Catania invece tutto questo non c’era. A Palermo il prefetto veniva ucciso, a Catania il prefetto presenziava sorridente all’inaugurazione del salone automobilistico del boss Nitto Santapaola. A Catania funzionava un blocco di potere granitico alimentato dai soldi dei Cavalieri. Economia, burocrazie, partiti, intellettuali, giornali. E giustizia. Una giustizia solerte a insabbiare, a proteggere. Un giornalista, si chiamava Pippo Fava, denunciò con vigore questo blocco di potere. Venne ucciso all’inizio del 1984. (…)

POI SI insospettirono anche la Guardia di Finanza e la questura catanesi, e i Cavalieri pensarono di rimediare premendo sui Palazzi romani per fare trasferire il questore. Fatto sta che per capire che cosa stesse succedendo in quel Palazzo di Giustizia arrivarono gli ispettori ministeriali. Che con 3252 pagine di allegati dissero e scrissero quello che il povero Fava aveva gridato con quanto fiato aveva in gola. Sulla giustizia catanese c’era un macigno che bloccava tutto. E questo macigno aveva dei nomi. Il primo era quello del procuratore capo Giulio Cesare Di Natale. Il secondo era quello di un suo sostituto, si chiamava Aldo Grassi, che il professor D’Urso, integerrimo architetto che denunciava le omissioni dei giudici sugli scempi urbanistici dei Cavalieri, aveva soprannominato “Beddi capeddi” (“Bei capelli”). Gli ispettori mossero al dottor Grassi una quantità sterminata di addebiti. Di ritardi nella trattazione del processo per l’omicidio del procuratore Costa. Di avere accumulato lentezze intollerabili e a loro avviso sospette nei procedimenti a carico dei Cavalieri. Di lui scrissero: “Evidenzia una linea direttiva preordinata ad accantonare le denunzie contro i grandi costruttori per fatturazioni per operazioni inesistenti”. E, a proposito di un procedimento a carico della famiglia del Cavaliere Rendo: “Consegue la sicura censurabilità dell’anzidetta stasi processuale a carico del Dott. Grassi“. Lo rimproverarono anche di non avere avvisato di trovarsi in conflitto di interessi nel trattare procedimenti nei confronti del Cavalier Carmelo Costanzo, essendo inquilino di una casa di proprietà di una società del costruttore. Al termine del loro rapporto gli ispettori scrissero: “Nella specie, quindi, non sussistono soltanto comportamenti, riconducibili a magistrati, tali da offuscarne la credibilità, sufficienti ai fini della sussistenza della incompatibilità ambientale, ma sono emerse accuse (collegate a fatti in parte fondati) di collusioni o comunque di rapporti ambigui, di insabbiamenti, di inerzie, di negligenze o di compiacenze nei confronti di quel nuovo, e non meno pericoloso, tipo di delinquenza che è la criminalità economica”. E ancora: “Deve con certezza ritenersi che lo svolgimento delle funzioni requirenti da parte dei d.ri Di Natale e Grassi sia stato offuscato da sospetti, critiche, accuse che infirmano in modo grave la loro credibilità e che sono state, tra l’altro, in gran parte confermate da quanto è stato accertato nella presente inchiesta”.

(…) Intanto a Palermo Falcone accumulava il materiale per il maxi-processo. Che lo avrebbe portato a convincersi che occorreva colpire il concorso esterno in associazione mafiosa: “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa. Ed è proprio questa ‘convergenza di interessi’ col potere mafioso […] che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali” (dalla sentenza-ordinanza conclusiva del maxi-processo ter, luglio 1987).

   POTEVA MAI condividere queste parole il dottor Grassi giunto in Cassazione a giudicare Marcello Dell’Utri? (…)

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