Media e crisi, i tabù indicibili – 1: la redistribuzione

Posted on 04/08/2012

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Mio articolo su Reset-italia 

Luciano Gallino ed altri economisti hanno firmato la scorsa settimana un appello contro quello che chiamano “furto di verità” nell’informazione sulla crisi. In breve, sostengono che non ci sia vera informazione su ciò che si potrebbe fare e sulle diverse opzioni, ma ci sia solo una martellante ripetizione sempre degli stessi concetti, presentati come inevitabili e necessari. È una tecnica che io chiamo NCAS cioè Non C’è Altra Strada: presentare una scelta come fosse l’unica possibile, senza valutare le alternative. Ciò avviene in larga misura in malafede, come conferma lo stesso Gallino – fortemente critico verso l’azione del governo – quando racconta come molti di coloro che firmano editoriali pro-Monti gli confessino poi in privato di pensarla come lui. “Ah, quanto hai ragione” gli dicono, ma poi scrivono editoriali al miele. Del resto, a questo servono i cospicui finanziamenti pubblici con cui i partiti irrorano i giornali, finanziamenti invariati pure in questi tempi di crisi (vedi i minipost dei giorni scorsi del blog di Grillo). Sono quelli che io chiamo “citrosodini” e Sciascia chiamerebbe “quaqquaraquà“. Per preservare l’invariabilità delle conclusioni, nei loro discorsi di tagli, austerità, debito ci sono veri e propri TABU’, ovvero concetti che non vanno nemmeno nominati, così da non evocare nel lettore la possibilità che esistano strade alternative a quelle percorse.

I tre più grossi che vedo riguardano, secondo me questi tre concetti: redistribuzione, produttività e violenza. I primi due attengono alla crisi vera e propria, mentre il terzo è più connesso con le strade per uscirne.

In questo articolo esaminiamo il primo, il più grande di tutti: il tabù della redistribuzione.

il concetto è applicabile a molti (tutti?) i problemi che ci troviamo ad affrontare e si descrive meglio usando una metafora un po’ carogna, ma efficace: prendete dieci bambini dello stesso sesso, diciamo maschi, metteteli in una stanza e fornitegli soldi per comprare dieci razioni al giorno di merenda. Se lasciate che i bambini stabiliscano in totale libertà i rispettivi rapporti di forza, potrebbero mettersi tutti d’accordo e prenderne una a testa oppure, più probabilmente, alla lunga ce ne sarebbe qualcuno più affamato (o prepotente) degli altri che cercherebbe di prendersi di più; si coalizzerebbe con altri e, dietro la promessa di spartirsi le razioni in più, farebbe la guerra, vincendola (una tremenda descrizione di meccanismi simili l’ha fatta Saramago, in Cecità). A questo punto diciamo che il capo vincente si mangerebbe due brioches, i suoi scagnozzi otterrebbero tre brioches in due, altri tre bambini ignavi in cambio della loro passività otterrebbero ciascuno la sua merenda e i restanti quattro – sconfitti – si dividerebbero le due brioches restanti (magari 1 al capo dei bambini perdenti e l’altra per i tre suoi seguaci). In un sistema di questo tipo, in equilibrio ingiusto, ma stabile, in certi giorni i bambini si comprerebbero anche 11, 12 razioni di merenda, perché il capo è ingordo o vuole dare un contentino ai suoi. Da fuori gliele concederebbero, dicendo che poi dovranno darle indietro, magari con gli interessi (ogni dieci merendine prestate, se ne restituiscono 11). La stanza è indebitata, quindi, ma a un certo punto i magazzini si svuotano, i prezzi salgono e cominciano ad arrivare solo nove merendine. Che fare?

Se si presentasse il problema in astratto ad una qualunque persona di buon senso, perfino un politico o un opinionista risponderebbe che la soluzione è innanzitutto spiegare al bambino più grasso e ai due scagnozzi che dovrebbero mangiare meno. Basterebbe che loro tre si “limitassero” a mangiare 4 merendine invece che 5 per far tornare il bilancio della stanza in pareggio. Se poi grazie all’esempio dei grassocci capi, anche quelli da una merenda ciascuno rinunciassero a ¼ della loro razione, allora ecco che la stanza potrebbe consumare 8 merendine al giorno e pian piano restituire il debito, perfino in tempi di crisi.

Ecco, ora applicate la metafora alla crisi.

Le soluzioni applicate da Monti e dai suoi tecnici, con il consenso bovino dei partiti, sono come se il bimbo grasso, spalleggiato dai due scagnozzi, si fosse girato verso gli altri sette e avesse detto: “eh, no, basta. La festa è finita. Qui per dar da mangiare a voi abbiamo fatto i debiti ed ora non possiamo più permettercelo. Bisogna fare sacrifici. Da domani, vi basteranno 4 merendine al giorno”. E, come dice Gallino, tutti i media dietro a salmodiare “non c’è altra strada, eh, sì, bisogna fare così… i tempi delle brioches ripiene sono passati”.

Ebbene, io credo che questa metafora descriva molto bene il problema, e individui molto chiaramente il concetto TABU’ anche applicata alle questioni correlate alla crisi. Sono parecchie le tematiche dove ci si trova di fronte a grandezze che vengono considerate non più sufficienti, ma che, come le merendine, lo sarebbero eccome se si provasse a redistribuirle un po’ meglio.

IL LAVORO: è evidente che a livello aggregato le ore lavorate basterebbero, dati i livelli attuali di produttività, a produrre risorse per tutti, in tutti i campi o quasi. Per ora non ci sono cose che non vengono prodotte in quantità sufficiente a soddisfare la domanda: avremmo abbastanza manufatti industriali, ma allo stesso tempo abbastanza medici, abbastanza ingegneri, abbastanza insegnanti e professori, abbastanza operai ed impiegati, nonché abbastanza prodotti dell’agricoltura (dato il dissennato sfruttamento del suolo, forse non per molto e comunque li avremmo importando cose dall’estero, ma si potrebbe rimediare). Ci mancherebbero probabilmente badanti o personale addetto alle pulizie, ma avremmo abbastanza immigrati disposti a farlo, se garantissimo condizioni dignitose di impiego. E invece niente di tutto questo: se calano le vendite di un qualunque bene o servizio, non si redistribuisce il monte ore tra tutti quelli che lo producevano, spalmando su tutti le rinunce a ore di lavoro/stipendio, ma si licenziano un po’ di persone (di solito più di quelle necessarie, in queste cose, sempre meglio abbondare) e si tira il collo a quelle rimaste. Oppure si chiude del tutto e si va a produrre all’estero.

PENSIONI: le ore di lavoro produrrebbero abbastanza contributi INPS per pagare le pensioni necessarie a tutti quelli che vivono di pensione (il sistema sarebbe in equilibrio adesso, dicono, figuriamoci se abolissimo le pensioni d’oro). E invece no: si pagano le pensioni d’oro ai ricchi e si tagliano le future pensioni di sopravvivenza ai giovani ed ai quarantenni, lasciando intatti i privilegi “acquisiti” da gente che non ne ha bisogno.

SPENDING REVIEW: il nostro sistema sanitario è pieno di sprechi e di clientelismi, mangia risorse per corruzione, connivenze e anche peggio, ma se bisogna recuperare risorse, allora si tagliano le prestazioni, i posti letto. Chi ha bisogno del servizio perché non ha alternative, non ha più il necessario, mentre i primari ciellini prosperano, assumono gli amici e mandano tutti quelli che possono presso le loro cliniche convenzionate. Il nostro sistema di welfare non prevede un reddito di cittadinanza perché “costa troppo”, ma gli ammortizzatori sociali attuali costano già molto di più e sostengono solo alcuni soggetti (ex lavoratori dipendenti a tempo indeterminato di aziende medio-grandi) lasciando completamente a terra altri.

TASSE: per ottenere il gettito necessario abbiamo una delle pressioni fiscali più alte al mondo, ma le tasse sono pagate quasi interamente da un limitato gruppo di persone, mentre altri non le pagano, violando il patto che tiene insieme una nazione. E il carico non si redistribuisce, mai, nemmeno quando tutto sta crollando: non si fanno accordi per stanare gli evasori all’estero, non si crea l’unico conflitto di interessi sano che potrebbe far emergere gli autonomi che evadono, quello cioè che permetta ai dipendenti di detrarre una serie di spese dai 730. Niente: ogni manovra aumenta il carico di chi già paga e lascia leggeri quelli che non pagano; redistribuire? Neanche per sogno.

Lo stesso Gallino dice molto chiaramente nell’intervista al Fatto che “la crisi è innanzitutto un problema di distribuzione”. Per questo redistribuzione sarebbe la parola magica. O lo spauracchio, a seconda dei punti di vista. Dovrebbe essere l’unico slogan di un politico credibile che voglia vincere le elezioni, ma nessuno lo dice con chiarezza, perchè poi rischierebbe di doverla fare davvero. E il primo a rimetterci sarebbe lui, anche se si chiama Bersani. Redistribuire le risorse comporta un grosso problema: che bisogna togliere qualcosa a chi ce l’ha già per darlo a chi non ne ha abbastanza, ma questa volta bisognerebbe toglierlo a chi il meccanismo lo ha creato, cioè ai conniventi del sistema attuale. A questi non puoi prenderli in giro, non puoi fargli la supercazzola con i giornali o con qualche servizio del tg1 che gli spiega che non c’è altra strada. Qui hai a che fare con corrotti, con evasori fiscali con squali del sottobosco politico economico che zavorra il paese, gente che voterebbe Hitler, se Hitler fosse vivo e gli promettesse di non toccare i loro interessi, cascasse il mondo. Quindi, come fai a redistribuire le tasse, facendole pagare anche a questi? Come fai a redistribuire il lavoro, spiegando a questi che non devono licenziare, ma impiegare diversamente quelli che hanno, magari rinunciando a una parte di quel 10% del PIL fatto dai profitti che negli ultimi vent’anni hanno stornato dai redditi dei propri dipendenti? Come fai a segare tutte le pensioni sopra i tremila euro quando quelli che dovrebbero farlo sono tutti pensionati d’oro?

Le strade sono due: o salta fuori un outsider credibile che buca il muro dei media e ramazza i voti di tutti quelli che finora sono rimasti dal lato sbagliato, vincendo le elezioni (il percorso è analizzato qui, e l’attuale dibattito sulla legge elettorale risponde a una sola, semplice, domanda: un outsider credibile sta emergendo, come fare a segarlo?) oppure una minoranza ben informata e ben organizzata convince, con le buone o con le cattive, i vincenti che, se non vogliono perdere tutto, devono rinunciare a qualche cosa.

Ma di questo parleremo nel terzo tabù.

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