Media e crisi, i tabù indicibili – 2: la produttività

Posted on 10/08/2012

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Mio articolo su Reset-italia 

Dopo il tabù della redistribuzione ecco la parte 2 del ragionamento, quella dedicata alla produttività.

L’intera visione moderna della produzione di beni o servizi si basa sull’ossessione della produttività, intesa come lo sfruttamento intensivo delle risorse dedicate alla produzione stessa. Ma la produttività non è un valore assoluto, cioè una cosa che va ricercata “a prescindere”: aumentare la produttività è innanzitutto una risposta alla scarsità, e nemmeno l’unica possibile (si possono ridurre le esigenze, usando beni / servizi simili, ma si possono anche aumentare i fattori di produzione, ad es. introducendo più persone, altri macchinari etc.).

E poi, anche la scarsità può essere di tre tipi

  1. scarsità “reale”: c’è richiesta di un certo bene / servizio e non se ne produce abbastanza;
  2. scarsità “da competizione”: siccome altri producono lo stesso mio bene a minor prezzo, se non aumento la produttività, pian piano perderò tutto il mio mercato;
  3. scarsità “da crescita”: siccome dalla produzione di un certo bene/servizio si guadagna bene, si cerca di produrne di più, inducendo nuova domanda;

Gli aumenti di produttività, da molto tempo a questa parte, sono in gran parte dovuti a scarsità di tipo 2, o di tipo 3 cioè non dettati da effettivo bisogno, ma da fattori economici, cioè indotti. Le uniche cose veramente scarse oggi sono dei servizi dove la produttività non c’entra o non è la misura dell’efficacia e dove quindi la risposta principale al problema di scarsità è aumentare i fattori di produzione. Esempi? Infermieri, badanti, insegnanti, asili, posti letto, servizi pubblici come trasporti, treni etc. Cosa c’entra la produttività queste cose? Nulla, anzi, il concetto è controproducente, visto come si misura la produttività in questi campi: numero di posti letto rapportati alla popolazione, numero di bambini per ogni classe, numero di malati e/o di prestazioni sanitarie per ogni infermiere, etc..

Eppure, nonostante la produttività non sia un valore “in sé” e sia, anzi, controproducente in certi casi, nel pensiero unico economico qualunque azione che sembri aumentare la produttività diventa legittima e non ha bisogno di essere giustificata. Così come qualunque utilizzo a meno del 100% di qualche fattore produttivo (impianto, persone, macchinario) è inammissibile. “Piuttosto si chiude”, questa è la frase tipica. Eppure gli stessi imprenditori che devono saturare a tutti i costi gli impianti comprano auto che lasciano in box per 300 giorni l’anno, o possiedono seconde o terze case che utilizzano ancora meno. Il tabù della produttività impedisce di vedere mezze misure: conosco gente impiegata nella grande distribuzione che in un certo momento lavora sabato, domenica e tutte le sere fino tardi e due settimane dopo è in cassa integrazione a zero ore. Possibile? In Italia, un’azienda con dieci operai, se gli cala del 15% la produzione, mica fa lavorare tutti un’ora in meno: licenzia due (meglio tre) dipendenti e tira il collo agli altri sette, ai quali, magari, non pagherà nemmeno gli straordinari. Eppure la Volkswagen ha fatto fare per molto tempo la settimana corta ai suoi operai, quando le vendite ristagnavano. Ah, già, ma lì fanno ancora quella cosa vecchia e dannosa che si chiama “concertazione” (a dire il vero fanno la mitbestimmung, che è una co-gestione, molto più della concertazione). Purtroppo, la completa squalifica del concetto “lavorare meno, lavorare tutti” è una delle tante eredità negative lasciate da questa sinistra e da questi sindacati alle generazioni future. L’hanno usato talmente male e a sproposito negli anni passati che oggi, quando sarebbe il momento giusto di usarlo davvero, appena lo si tira fuori, ti dicono che è roba vecchia e poi lo diceva Bertinotti e con questo il discorso è chiuso.

E intanto Rahoy in Spagna ha diminuito le ferie ai dipendenti statali, mentre da noi ci sono membri del governo che parlano di abolire le feste civili. È abominevole dal punto di vista esistenziale ed economicamente assurdo in un periodo dove il sistema è in crisi da sovrapproduzione e dove si licenzia a mani basse ovunque tecnicamente possibile per disfarsi della capacità produttiva in eccesso. Ciò accade perché in ogni decisione si procede solo sulla logica binaria: o si sfrutta al massimo una risorsa produttiva oppure si rinuncia ad essa.

Ma se non ci fosse la logica binaria, anche senza arrivare a riduzioni strutturate di orario, basterebbe non farsi tirare il collo per guadagnare posti di lavoro: chi lavora in aziende multinazionali sa benissimo che siamo uno dei pochissimi paesi dove alle sei di sera c’è ancora qualcuno (parecchi) in ufficio. Provate a parlare con qualcuno in un’azienda tedesca, olandese o francese alle cinque e mezza di sera: vi risponderanno le segreterie telefoniche. Abbiamo percentuali ridicole di part-time perchè per il manager medio italiano i part-time “è come non averli” e le promozioni si decidono passando alle sette di sera a vedere chi c’è tra le scrivanie. Siamo tutti prigionieri del tabù, non ci ribelliamo all’andazzo per cui se devo ridurre la produzione di beni, non redistribuisco le ore sulle persone che ci sono, ma licenzio qualcuno, creando disoccupazione ed enormi problemi sociali. Che i datori di lavoro ed il potere economico vogliano così è comprensibile, se si ragiona nell’ottica dei soli interessi di breve, ma che nessun rappresentante dei lavoratori obietti nulla e tutti ciancino solo di crescita (cioè di lavorare di più) è sorprendente. O irritante, se non si crede nella buona fede degli attori. Io non ci credo più e non sono il solo: Michele Serra ha dedicato l'”amaca” del 17 luglio allo stesso tema, aggiungendo che non è più possibile pensare alla “crescita” intesa anche come aumento dei ritmi per chi sta ancora dentro al meccanismo e che questo è il momento giusto per uscirne.

Negli stessi giorni, un collega americano di mia moglie si è preso un anno sabbatico (altra cosa impensabile per i nostri pseudo manager) ed ha salutato tutti via mail usando questa frase “non si è mai visto nessun uomo in punto di morte rimpiangere di non aver passato abbastanza tempo al lavoro”. Perfino Monti, ha fornito involontariamente un argomento a favore del disimpegno, dichiarando che ormai la generazione dei trenta-quarantenni è “perduta“, cioè non troverà mai spazio per essere protagonista. E allora, da quarantenne dico “perchè farsi il mazzo se mi stai dicendo in faccia che per me non ce ne sarà mai?”

Dovremmo raggiungere, verso il lavoro, un atteggiamento “laico”, simile a quello oggi applicabile su un altro argomento di forte impatto sociale: i figli. Fare figli è necessario alla società nel suo complesso, ma è faticoso, costoso, difficile e nessuno, in fondo, è obbligato a farli. Pur essendo considerato socialmente auspicabile, avere figli non è visto come un dovere assoluto. Chi non fa figli non è considerato un pericoloso parassita. Ebbene, così dovrebbe essere anche con il lavoro, inteso come “lavoro dipendente a tempo pieno”. Oggi la logica binaria fa apparire solo questa alternativa: o si lavora come dei matti dalla mattina alla sera, oppure si è disoccupati. Ci sono persone che nella routine casa-lavoro-casa trovano tutto il loro mondo, che dedicano all’ufficio tutto il proprio tempo e altre che coltivano interessi diversi che, ugualmente legittimi dal punto di vista sociale, non producono reddito (o non ne producono abbastanza) e che non vogliono passare al lavoro più dello stretto indispensabile. Molti lavori, poi, sono tutt’altro che entusiasmanti; per questo la società dovrebbe garantire ai suoi cittadini un ventaglio il più ampio possibile di scelte, anche attraverso provvidenze economiche di base come il reddito di cittadinanza, che sgancino le persone dall’obbligo di dover guadagnare sempre e comunque cifre rilevanti attraverso il lavoro. E non si dica che costerebbe troppo, o che alla fine non lavorerebbe più nessuno, che sono tutte boiate (vedi qui).

E infine, dove ci ha portato essere produttivi? Abbiamo risolto (per ora) i problemi di approvvigionamento alimentare, ma ora abbiamo generazioni intere senza fonti di reddito mentre milioni di altri vivono vite malate di stress e – grazie a questo – quote rilevanti di PIL sono passate di mano, dai lavoratori ai manager o ai padroni. Aumentare la produttività serviva ai tempi dell’agricoltura arcaica, quando una stagione balorda ti riduceva alla fame, non oggi con i produttori che buttano via il latte o le arance prodotte in sovrappiù e non parliamo di prodotti industriali. Oggi avremmo conoscenze e mezzi sufficienti per produrre e pagarci tutto quello che ci serve, lavorando un po’ meno, o meglio, permettendo di lavorare un po’ meno a chi non si realizza attraverso il lavoro che gli fanno fare. Se solo distribuissimo meglio il nostro tempo e le ore lavorate, saremmo mediamente un po’ più contenti ed avremmo meno persone prive di reddito… ma qui torniamo all’articolo precedente.

Nel prossimo articolo, il terzo tabù, quello della violenza. Cosa c’entra con i primi due? C’entra, c’entra…

POST SCRIPTUM – spunto di meditazione: per quanto sia presentato come “naturale”, in natura il concetto di produttività non esiste, mentre troviamo l’ottimizzazione, cioè il risultato del processo, ottenuto però in modo opposto. Moltissimi (quasi tutti?) i più importanti meccanismi naturali, infatti, ottengono la propria “ottimizzazione” ma non attraverso l’aumento della produttività. In natura governa l’abbondanza, che l’homo oeconomicus chiamerebbe “spreco”: milioni di semi per ottenere una nuova pianta, moltissime uova per fecondarne una, milioni di spermatozoi per fecondare un ovulo, milioni di variazioni genetiche “inutili” o “sbagliate” per ottenere quella giusta che fa sopravvivere meglio la specie etc etc. Il che, del resto, è quello che accade anche alle aziende: quelle che vanno bene non sono quelle che ottimizzano, ma quelle che hanno mercato, cioè che trovano l’abbondanza. Se non c’è mercato, ottimizzare serve solo a rallentare il declino, o a far guadagnare di più l’imprenditore.

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