Media e crisi, i tabù indicibili – 3: la violenza

Posted on 15/08/2012

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Ho concluso la parte 2 con una domanda: cosa c’entrano la redistribuzione e la produttività con la violenza? C’entrano per un motivo fondamentale: perché le idee contrarie ai tabù dominanti non potranno, secondo me, affermarsi in una società come quella attuale senza una qualche rivisitazione del terzo tabù: quello della violenza.

Il collegamento mi è apparso ancor più chiaro in questi giorni, finendo di leggere un libro molto, ma molto interessante. Lo ha scritto un professore di economia, Maurizio Franzini, lo ha pubblicato l’editore della Bocconi (mica Lotta Operaia) e contiene una tesi devastante, di quelle che se l’avesse detto Beppe Grillo avrebbero chiamato la neuro.

Il libro si chiama “Ricchi e Poveri“, e dice che in Italia la disuguaglianza dei redditi e, di conseguenza, il livello di poveri è alto in maniera NON ACCETTABILE, non cala da decenni, ma che, stranamente non sembra esserci alcuna reazione apprezzabile di chi sta dalla parte “sbagliata” della curva di distribuzione (cioè la gran parte di noi). Tutte le teorie sociali ed economiche – supportate da numerosi casi reali – predicono che, a livelli crescenti di disuguaglianze, le fasce svantaggiate della popolazione daranno luogo a reazioni sempre più violente per riprendersi il maltolto. Eppure, malgrado quello che dicono le teorie, non succede nulla.

Franzini individua in Italia alcuni motivi per questa inerzia; leggendoli, non si sa se ridere o se piangere: semplificando un pò, il primo fattore è che molti poveri pensano che prima o poi potrebbero avere un colpo di culo e fare il così detto “salto di corsia”, ovvero diventare ricchi. Tale convinzione nasce dal fatto che, grazie a un modello sociale che mette l’apparire in televisione al centro di tutto, gente senza qualità ce l’ha fatta e quindi c’è speranza per tutti: in una società dove Scilipoti è parlamentare e la Minetti consigliere regionale, dove la Carlucci è parlamentare e sindaco, mentre la Carfagna è stata addirittura ministro, allora può bastare un provino a cambiare vita. Il secondo fattore è che nessuno ha più fiducia nell’azione di alcuna forza politica, ma soprattutto nessuno ha fiducia nell’efficacia di qualsiasi forma di protesta strutturata che possa spingere i decisori a cambiare politica ed a ridurre le diseguaglianze, effettuando quella redistribuzione che potrebbe riequilibrare il sistema.

Qualche tempo fa parlai già dell’argomento in questo post, collegato agli scontri No-TAV-forze dell’ordine. Le proteste, nelle società moderne, sono operazioni simboliche: la violenza è bandita perché non ce ne dovrebbe più essere bisogno. Eppure è sotto gli occhi di tutti la totale inutilità di tutte o quasi le proteste avvenute negli ultimi anni. Ci sono due fattori che nessuno cita e che costituiscono il vero tabù sull’argomento:

  1. La forza simbolica delle proteste odierne viene dalla violenza vera che caratterizzò per lungo tempo le proteste in passato. Fino a qualche decennio fa la gen

    Operai armati occupano una fabbrica a Milano negli anni ’20

    te moriva, agli scioperi; le concessioni e le conquiste ottenute nei decenni scorsi non erano frutto degli argomenti dei leader del PCI o dei sindacalisti degli anni ’70, ma delle molotov, delle spranghe, dei roghi che in quel tempo attraversarono le piazze e fecero balenare davanti ai politici di allora che qualcosa di più di un semplice sciopero sarebbe potuto capitare. Arrivarono le bombe e la strategia della tensione, ma arrivarono anche la settimana corta, la sanità per tutti, le pensioni, lo statuto dei lavoratori. E alla fine arrivarono anche gli scioperi pacifici, quelli in cui bastava essere in tanti per affermare un’idea;

  2. Un simbolo è efficace quando viene riconosciuto da tutti gli attori in gioco. Se una parte svuota il significato delle manifestazioni di piazza ignorandole sistematicamente, allora il simbolismo cade. E’ come se due combattenti si affrontassero ed uno seguisse le regole del Taekwondo, mentre l’altro gli sparasse dalle tribune con un bazooka carico. E i media, tutti pronti a saltare addosso al lottatore di Taekwondo se gli scappa una parolaccia o raccoglie una pietra dal selciato, perchè questo è il concetto di violenza per i media: se la fanno gli sfigati, anche una parolaccia è di troppo, se viene dalla parte forte della piazza, allora tutto va bene.

No: non può più funzionare così. Qui bisogna ritornare alle origini, abbandonare i simbolismi e ritornare ad una certa “fisicità” delle manifestazioni di dissenso, che colpisca direttamente le controparti, nei loro interessi o direttamente nei loro esponenti.

Faccio un esempio concreto. I centomila indignados di luglio tra Madrid
e altre città spagnole, così intelligenti, così decisi, così pieni di sacrosante ragioni, avrebbero ottenuto molto di più se invece di sfilare soltanto con i cartelli di qua e di là avessero fatto qualcosa di più concreto, di più “fisico”, direttamente rivolto alle singole persone che votano quelle schifezze. Che so, attendere i parlamentari fuori dalle Cortes seguendoli poi a gruppetti di cinquanta ciascuno fino alle loro case e poi fermarsi lì sotto, mostrando loro a gesti e parole cosa significa votare i provvedimenti chiesti da Rahoy. Quelli fanno tutte le porcate del mondo, tagliano, licenziano, rovinano e poi alla sera vanno tranquillamente a casa loro, dove tutto è intatto, pulito, ricco. Non deve più accadere. I banchieri alla Mussari, alla Profumo, come i capi di Bankia o del Santander, creano buchi manco fossero trivelle e poi stanno lì, belli tranquilli in prima fila ai convegni, ai pranzi di gala, alle gare delle Olimpiadi. La loro vita non incrocia mai quella di coloro che mandano in rovina. E invece sarebbe il momento che la incrociassero, volenti o nolenti. Gli splendidi esponenti di “Occupy Wall Street” si piazzano in uno slargo e stanno lì: no! Dovrebbero piazzarsi davanti a casa di Bernanke e seguirlo avanti e indietro quando va al lavoro, anche uno alla volta, se vengono vietati i raggruppamenti. L’oggetto della protesta non deve più dormire tranquillo, non deve più poter fare la propria vita normale: sta distruggendo quella degli altri, non ne ha diritto.

Non dico di fargli nulla, per carità, ma forse non ce ne sarebbe bisogno: in Germania, una volta, c’erano delle persone vestite di nero che seguivano ovunque i debitori insolventi. Li aspettavano sotto il portone di casa, andavano con loro al lavoro, aspettavano lì sotto, andavano con loro in pausa pranzo e mangiavano due tavoli in là. Non li sfioravano nemmeno, non gli rivolgevano mai la parola. Eppure il soggetto insolvente non reggeva a lungo: non poteva sostenere la pressione di qualcuno che gli ricordasse in ogni momento la sua colpa. Ci sono anche adesso, in Spagna, strano che non ci abbiano pensato quelli del 15M. Così dovrebbe succedere ai politici che votano i tagli ai servizi sociali, che sostengono la “spending review”.

Un po’ di indignados dovrebbe aspettarli davanti a casa, e stare lì, vestiti in modo da poter essere riconosciuti. Il numero dei manifestanti consentirebbe di darsi il cambio, considerazioni tattiche suggerirebbero di volta in volta se stare zitti e silenti oppure se mostrare dei cartelli oppure addirittura se fare azioni dirette di disturbo della vita del parlamentare o del ministro interessato. Credete che questi resisterebbero alla pressione? Saprebbero affrontare i manifestanti e difendere le proprie ragioni con onestà intellettuale ed argomentazioni valide oppure, non potendolo fare (non è possibile farlo: le argomentazioni stanno a zero), si difenderebbero chiamando la polizia? Probabilmente chiamerebbero la polizia, ma se il giorno dopo ne trovassero altri venti davanti all’ingresso del garage, pronti a regalargli un’altra giornata con gli sguardi puntati addosso? Io non credo che continuerebbero a presentarsi tranquilli in aula e votare tutto quello che gli viene proposto: non abbiamo davanti persone convinte delle proprie idee, toste, che fanno quello fanno perché sicure di avere ragione. Il popolo degli indignados sta affrontando dei quaqquaraquà e quindi deve avvalersi non di vecchi e obsoleti strumenti simbolici, come lo sciopero, il sit-in, il corteo, ma di forme dirette, fisiche, fastidiose di protesta. Fastidiose per loro. Finchè gli Alfano, i Bersani, i D’Alema, i Cicchitto ma anche gli Scilipoti, le Santanchè, le Carlucci e i mille altri peones che votano la spending review come se si trattasse di valutare un tango a Ballando con le Stelle, continueranno a fare quello che fanno e poi vivere la loro vita come se niente fosse, non cambierà niente.

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