Ci prendono per il culo (scusate il francesismo)

Posted on 03/11/2012

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Ci prendono per il culo.

Non sono riuscito a pensare niente di più preciso leggendo l’e-book “Oltre l’austerità” di Cesaratto, Pivetti e molti altri (gratis sul sito Micromega). È una raccolta di saggi brevi che raccontano in modo asettico e perfino pedante (sono pur sempre studiosi economico-sociali) i vari aspetti che compongono quel quadro che tutti chiamano “crisi”.

La presa in giro non riguarda gli autori ovviamente: il testo è gratis e a loro non viene in tasca nulla dall’uccellare noi. Chi invece ha molto da guadagnarci dal pigliarci per i fondelli è il combinato disposto di gente che già qui chiamavo “insiders”. Politici, ricchi, conniventi, padroni, ladri, etc etc.cioè quel 50% circa di italiani che si arricchisce, prospera o semplicemente vive a spese dell’altro 50.

La lettura di tante rivelazioni tutte di fila è stordente. Le balle vanno prese una per volta, lo sanno bene i media mainstream che affrontano a pezzettini i vari temi, per non far capire il quadro generale. Per questo serve fare il quadro. Fisserò di seguito i principali punti fermi da tenere in mente:

  1. Nessuno come i tecnici ha preso o sta prendendo – consapevolmente – decisioni politiche. E non parlo solo di Monti. Moltissimi attori in gioco stanno modificando o hanno modificato importanti strutture economico-sociali sulla base (dicono) delle loro convinzioni economiche, senza che nessuno glielo abbia chiesto. Peccato che le loro teorie “tecniche” siano false (vedi successivo punto 3) e  abbiano pesanti conseguenze politiche sulle quali, a differenza dei politici veri, non rispondono, sia pure in modo imperfetto, a nessuno. O forse sì, a qualcuno rispondono, ma ci ritorniamo sopra alla fine. Ciò che conta è che questi modificano le strutture della società secondo le loro personalissime visioni e intanto fanno finta che non ci sia altra strada (il paradigma NCAS). Fanno politica molto più dei politici e ci prendono per il culo dicendo che le loro sono decisioni “tecniche”; nel saggio di De Leo sulla Grecia si vede chiaramente come perfino in un caso che sembra eclatante di gestione scellerata dei conti pubblici ci sia stato il pesante intervento del governatore della Banca centrale che, proprio quando uscivano le notizie sui buchi di bilancio, ha permesso (decisione tecnica?) le vendite allo scoperto sul mercato secondario dei titoli di stato, in modo da “creare” il problema e avviare il processo di così detto “risanamento” nella direzione che voleva lui. Sei mesi dopo, ottenuto l’effetto voluto, le vendite allo scoperto sono state vietate. Perchè l’avrà fatto? Malafede, decisione politica o entrambe le cose? Del resto, che la finalità di molti (tutti?) attori delle recenti vicende sia di ottenere massicce redistribuzioni di reddito all’interno dei paesi coinvolti lo dicono gli attori stessi. Monti esprimeva il suo credo (politico, molto politico) già nel ’98 dicendo che bisognava far dimagrire lo stato e che ci voleva “disciplina macro e concorrenza micro”, il che significa “i piccoli si scannino e mi raccomando, che nessuno li aiuti”. Ancora Monti, in più interventi molti dei quali tenuti all’estero, ha elogiato le misure prese in Grecia sostenendo, più o meno apertamente, che stavano ottenendo proprio l’effetto voluto, cioè ridimensionare la spesa statale creando ai livelli bassi della società un clima di tutti contro tutti che rende possibile ai più forti di guadagnare di più; la finalità politica dei vari tecnici che si sono succeduti sulla scena è sempre la stessa: redistribuire il dividendo economico che fino agli anni ’80 ha fatto salire i redditi dei lavoratori dipendenti. Questa era la motivazione che diede (lo racconta Maffeo) l’allora ministro delle finanze democristiano Andreatta (se c’è un inferno, lui sta lì di sicuro) a chi gli chiedeva perché firmò in modo del tutto autocratico la lettera che permetteva a Banca d’Italia di non comprare  i titoli pubblici in eccesso emessi alle varie Aste. Una delle tante decisioni tecniche con forti conseguenze politiche: quella decisione, che allora fu attuata con una – parole sue – “congiura” e che il precedente governatore Carli definiva “un’insubodinazione”, ci è costata, verosimilmente, delle cifre spaventose in maggiori interessi su BOT e CCT nei decenni successivi e, oggi, è un dogma inattaccabile della BCE. Quella oscura decisione è la radice dell’odierna dittatura dello spread: hai detto niente
  2. Quando i tecnici fanno politica, usano argomentazioni tecniche e/o economiche, ma il dibattito sulle teorie sottostanti e le loro implicazioni è finto: liberismo vs. Statalismo, keynesiani vs. Monetaristi, flessibilità e crescita etc. sono vuote espressioni di copertura. Qualunque persona di buon senso vede, dati  empirici alla mano, che i concetti usati per sostenere le azioni messe in campo in questi anni sono falsi; alcuni esempi:
    1. La flessibilità non produce crescita (Stirati): le imprese assumono di più se devono produrre di più, ma se i salari calano, chi comprerà più prodotto? Un singolo paese (un esempio a caso: la Germania) può avvantaggiarsi sugli altri e – grazie ai minori costi – esportare di più, ma se lo fanno tutti insieme il vantaggio svanisce. Si potrebbe esportare verso altri paesi lontani, ma si può competere con i prezzi della Cina se hai l’euro forte e gli imprenditori che, quando riducono i costi, invece che ridurre i prezzi, aumentano i profitti ? I dati reali, poi, dimostrano che, all’aumentare della produttività (costo del lavoro rispetto a valore aggiunto per addetto) nell’eurozona ha corrisposto un aumento della disoccupazione…

      Figura 1 – Tasso di disoccupazione (scala destra, linea nera) e rapporto tra reddito medio da lavoro dipendente e valore aggiunto per addetto (scala sinistra, linea a riquadri bianchi) nella zona Euro (FONTE: Stockhammer, Onaran, Ederer 2009)

    2. Il debito pubblico non è il male assoluto e la sua dimensione non è correlata alla salute di un paese (Cesaratto-Pivetti, De Vivo); se il problema fosse il debito, il Giappone (debito = 220% del PIL) sarebbe fallito da decenni e la Spagna (debito = 70% del PIL) sarebbe in piena salute, ma evidentemente non è così; anzi, il debito pubblico italiano deriva da un difetto di imposizione (sugli evasori) e non da un eccesso di spesa; semplificando si potrebbe dire: gli onesti risparmiano poco e pagano le tasse, gli evasori non le pagano, mettono via i soldi e poi li prestano allo stato comprando i BOT (e prendono pure gli interessi); il debito pubblico, quindi, non è affatto un problema in sè, ma lo è nella misura in cui a) è verso l’estero b) costa molto a causa dello spread e soprattutto c) ridistribuisce le risorse tra i cittadini, spostandole da chi ha di meno verso i più ricchi.
    3. La crisi NON HA, ripetiamo, NON HA la sua origine da un eccesso di debito da parte di paesi che hanno vissuto “al di sopra dei propri mezzi” (Zezza). I grafici mostrano come i debiti pubblici dei PIIGS non abbiano avuto variazioni significative dal ’95 al 2006 e siano aumentati dopo il 2007 e dopo il 2011 a causa proprio dei problemi finanziari derivati dalla crisi stessa (salvare le banche e pagare gli interessi); l’aumento del debito è conseguenza, non causa;
    4. Il rigore nei conti pubblici non risana un bel niente, ma scassa (De Vivo): se il singolo risparmia, il suo reddito resta tendenzialmente intatto, ma se tutti risparmiano (o risparmia lo stato, cioè il 50% del PIL) il reddito di tutti cala, perchè la spesa di uno è il reddito di qualcun altro, quindi calano le entrate statali e il debito peggiora: il moltiplicatore della spesa pubblica è maggiore di uno, anzi, molto maggiore di uno, come dimostra la storia della Ruritania e della Cracozia (Bagnai, sul suo blog); del resto il rigore fiscale non ripristina la fiducia dei mercati e non instaura nessun circolo virtuoso (Cesaratto): chi ci ha provato in passato, come l’Argentina di De la Rua, è arrivato al default; il rigore fiscale innesca la spirale del debito; chi, come l’Irlanda, fa da tre anni esattamente quello che vogliono fare con noi, si ritrova messo peggio di prima (Stirati). L’Irlanda ha fatto tutto, ma proprio tutto quello che le hanno chiesto di fare, ha un settore pubblico magrissimo, ha portato la % di export su PIL vicina al 100% eppure il PIL stesso è ancora il 20% meno di 5 anni fa e il rapporto col debito peggiora nonostante i tagli. E, candido, il FMI chiosa in un suo report sul paese dicendo che i sacrifici irlandesi sono inutili senza una stabilizzazione finanziaria (leggi tassi bassi) e una crescita di tutta l’area euro. Ma davvero?
    5. Un soggetto pubblico non è affatto detto che spenda i soldi peggio di quanto farebbe un privato(Zezza, Gabriele): i provvedimenti che ridimensionano dei pezzi di spesa pubblica sono presentati come portatori di efficienza, ma le cifre della Sanità USA dimostrano che un sistema gestito dai privati spende di più del nostro SSN
    6. L’uscita dall’euro (o una sua decisa ridiscussione) non ha i costi disastrosi di cui si parla (Bagnai, Zezza, Barba); il differenziale di inflazione che determinerebbe la svalutazione post-euro è molto minore di quello che dicono, le conseguenze sono sopravvalutate ed esistono strade per mitigarle (Levrero). E infine: nessuno dice quanto costa restarci; è come valutare due ipotesi , A e B, dicendo “quanto costa A? Tanto” (e costerebbe meno…) e quindi optare per B, senza dire che B costa di più. Lo fareste per comprare un auto, o per scegliere il vostro gestore di telefonia? Rimanere nell’euro infatti, sarebbe qualcosa di molto diverso (D’Angelillo e Paggi) da quello che intendevano i padri fondatori dell’Europa unita. Solo vincoli e niente solidarietà: vale la pena? I vari autori delineano un quadro in cui negli ultimi anni, a seguito della crisi, le finalità di un nucleo ristretto di persone siano diventate obiettivi di stati e addirittura di entità sovrannazionali come la UE. La dinamica degli eventi ci descrive di un modo di operare di soggetti “privati” ben precisi che poi diventa un problema “pubblico” da risolvere attraverso i bilanci statali, salvo poi scoprire che, oops, c’era troppo debito pubblico e bisognava rientrare. Il nucleo di questi interessi particolari che guidano il meccanismo generale dell’Unione Europea ha un nome e un cognome: Germania. Nel saggio di Cesaratto si racconta come dagli anni ’50 fino all’epoca dei governi di Schroeder e della Merkel, la Germania abbia scelto di non comportarsi da “locomotiva”, ma da “vagone”, tradendo tutti i princìpi ispiratori dell’UE. Hanno scelto di deprimere la domanda interna con politiche di flessibilità spinta e di forte contenimento dei salari, compensando il tutto con le esportazioni, che sono in buona parte verso altri paesi UE. Ciò ha generato un fortissimo saldo commerciale positivo verso gli altri paesi della periferia della UE.

      L’esempio degli spagnoli e dei greci è illuminante: si indebitavano (anche) con i tedeschi per sostenere la domanda di beni tedeschi e oggi sono in rovina (pur con un rapporto debito/PIL, per la Spagna, ampiamente sotto il 100%) mentre i tedeschi, dopo avere spolpato la periferia UE, tentano di spostare altrove l’asse dell’export e comprano a prezzi di saldo le aziende di quei paesi per avere un bacino produttivo a basso costo. E mentre la Germania emette bond a tassi bassissimi e può pagare sussidi di avanguardia ai suoi, gli altri affondano. Anche quelli che applicano in toto le misure richieste, come ad esempio la Grecia, di cui al saggio citato di (autore) o ancora di più l’Irlanda, di cui parla Stirati. Per questo, se non cambiano i presupposti di questa situazione, cercare “più Europa”, come molti a vanvera proclamano, otterrebbe solo un “più Germania” (Bagnai).

Conclusioni: i tecnici sono più politici dei politici. Andreatta, Monti, il governatore della Banca centrale della Grecia dimostrano come il loro agire non risponda alla mera logica dei dati di fatto economici, ma persegua precisi fini politici. Quali sono questi fini? A chi rispondono, questi finti ingegneri? Tre indizi fanno una prova…

INDIZIO 1. Dal saggio di Aldo Barba: “la storia del trionfo del keynesismo dopo la seconda guerra mondiale non è la storia di una buona idea che si impone con la sua forza di persuasione. (…) la politica della spesa pubblica rispondeva allora in modo inequivoco alle esigenze dei capitalisti che controllavano il bilancio pubblico, dato (…) il loro diretto interesse alla realizzazione di importanti opere infrastrutturali (…) E’ ormai da oltre un trentennio che queste condizioni sono assenti. (…) Ed allora può capitare di leggere che, se anche fosse una buona idea ricorrere alla spesa pubblica, non vi sono nuove spese da fare (…) Il fatto però è che per il capitale riqualificare scuole e ospedali è come far scavar buche e riempirle. Dal progressivo degrado della legittimità sociale del sistema non si sente minacciato e quindi non vede l’immediato bisogno di arrestarlo. Di innalzare civilmente e professionalmente in senso universalistico forze di lavoro largamente eccedentarie non avverte nessuna necessità. “

INDIZIO 2. Dal saggio di Sergio Levrero “le indicazioni del Trattato di Lisbona, (…) considerano a livello europeo unicamente politiche “strutturali” di aumento dei tassi di partecipazione, di liberalizzazione dei mercati (dei beni e del lavoro) e di privatizzazione nei settori dei servizi. L’idea (…) che domina di fatto le decisioni europee e la politica monetaria europea (ndr: porterà a una) probabile ulteriore redistribuzione di reddito a favore dei ceti sociali più abbienti (…)  L’avvitamento in scenari di tipo greco non è dunque remoto, e potrebbe portare a costi sociali elevatissimi per la “periferia” europea.”

E infatti l’ultima, devastante, verità che riporta Manfredi De Leo parte proprio dall’analisi della situazione greca:

INDIZIO 3. “La Grecia ci insegna che le politiche di austerità non sono, semplicemente, fallimentari ricette per la crescita economica. La disastrosa evoluzione della crisi greca non è (…) il frutto del mancato funzionamento delle politiche imposte ad Atene. Al contrario,(…) , quelle misure “stanno funzionando” eccome: esse puntano, nell’immediato, ad instaurare nuovi equilibri nella sfera della distribuzione del reddito, ed ammettono la crescita dell’intera economia solo dopo che siano state ridefinite quelle regole fondamentali. Con buona pace della crescita, dunque, le politiche di austerità stanno disegnando con successo, a partire dalla Grecia, un’economia più profittevole per i capitali privati. E senza incontrare l’opposizione che un simile progetto politico dovrebbe ragionevolmente sollevare, perché quelle misure sono state presentate, con la complicità dell’autorità monetaria europea, come una medicina amara ma necessaria, e mai come i fuochi del conflitto distributivo.”

Sono agricoltori travestiti da ingegneri che dopo aver rotto le nostre auto a martellate, intervengono facendo finta di ripararle, ma in realtà le vogliono trasformare in trattori da mettere al loro servizio. Con targa tedesca.

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