Unire i puntini – Thinking review sull’Europa

Posted on 22/01/2013

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Articolo ripreso da Informarexresistere

 

Unire i puntini. Leggo sempre più spesso questa frase nei miei blog preferiti e credo che renda bene l’idea di quello che bisognerebbe fare in questo periodo per decidere da che parte andare.

I manifesti in giro per le strade dicono cose senza senso, sono un riassunto del riassunto di slogan senza significato. Nessuno che dice cosa succederà se voti lui, quindi dobbiamo immaginarcelo da soli, unendo i puntini di piccoli, piccolissimi frammenti di verità che trapelano quasi per errore. Dobbiamo fare una thinking review, dobbiamo chiederci con un po’ di serietà perché facciamo quello che facciamo e perché sosteniamo quello che ci dicono di sostenere. La dimensione nazionale spiega, ormai, solo una piccola parte delle questioni, quindi secondo me la prima e fondamentale thinking review va fatta sul concetto di Europa.

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Il primo puntino l’ho messo da solo, gli altri mi sono venuti da spunti presi da fonti varie, con in comune una sola cosa: gente che affrontava il concetto di Europa liberamente, senza padroni da servire.

Puntino n.1: a cosa serve l’Europa? Partiamo dalle paure ancestrali: unire le forze serviva contro le invasioni barbariche, i pirati, lo straniero che ti entra in casa e distrugge tutto, prendendosi tutto quello che era tuo. Questo è uno dei motivi fondanti della nascita degli stati nazionali, superati all’inizio del secolo scorso dalla potenza di conflitti globali, dove la dimensione decisiva era continentale, o addirittura già mondiale. Non è poi tantissimo tempo che non accade più di trovarsi uno straniero armato alla porta di casa, e quando ciò è accaduto erano spesso altri popoli europei ad invaderci (l’ultima volta, settanta anni fa, i tedeschi). Il recente e discutibile Nobel per la pace alla UE  era forse proprio un assist dato agli europeisti in malafede, come a dire “se non sapete più perché la gente dovrebbe restarci, nella UE, attaccatevi a questo”. L’Europa è servita, se non altro ad evitare che uno dei principali focolai di guerre al mondo continuasse a crearne di nuove e a tirare dentro gli altri, come accaduto nel secolo scorso. Poi, a dirla tutta, ho il sospetto che in questo senso abbia fatto molto di più il Piano Marshall che la UE. Oggi ci sono pericoli interni, altri popoli europei che vogliono invaderci? No, almeno non millitarmente. E popoli esterni? Nemmeno, e anche se ci fossero non esisterebbe un esercito e una difesa europea per difenderci: ciascuno si difenderebbe da sé o troverebbe alleati nella misura in cui abbia stabilito relazioni bilaterali in questo senso.  Al limite, ma proprio al limite, interverrebbe la NATO (ammesso che il paese aggredito ne faccia parte e l’aggressore no) oppure l’ONU, sempre che l’aggressore non abbia dalla sua parte uno dei membri con diritto di veto.

Puntino n.2: “I paesi dell’Unione europea stanno l’uno di fronte all’altro non tanto come membri di un’unica entità politica, quanto come singoli Stati (…) che perseguono i loro interessi nazionali, in quello che è diventato una sorta di gioco a somma zero, in cui il successo di uno si realizza a scapito dell’altro”. Questo dice George Friedman su Stratfor, rivista di Geopolitica (qui il link in italiano). L’Europa è un luogo molto diverso da quello immaginato dai suoi fondatori. Non è un luogo fatto per collaborare, ma per competere. Le sue istituzioni spingono verso la lotta e multano chi aiuta i propri lottatori. Ma le Unioni non dovrebbero servire e rendere più forte la somma dei partecipanti? Peccato che l’export dell’UE nel suo insieme dal 1992 a oggi è stabile, né aumentato né diminuito. L’UE non serve a farci più forti nel commercio mondiale, ma opera perché i singoli paesi competano tra di loro, scannandosi il più possibile liberamente. “Disciplina macro, concorrenza micro” questo è il credo economico di Monti, espresso in quattro parole (sue – IlSole24Ore, 16/6/2005) che tradotte significano “che la gente si scanni e, mi raccomando, nessuno chieda aiuto”.

Puntino n.3. gran parte delle poderose esportazioni tedesche sono verso altri paesi della UE: del resto, in una Unione a somma zero, il successo di un paese si realizza a scapito degli altri. Questo è stato il modello scelto storicamente dalla Germania, che da quarant’anni finge di essere una locomotiva, ma si comporta da vagone: dumping sociale con salari bassi e domanda interna bloccata per avere inflazione prossima allo zero e rendere col tempo più competitivi i propri prodotti rispetto agli altri paesi a maggiore inflazione. Tassi bassi nell’UE in modo che gli altri paesi periferici potessero indebitarsi liberamente e comprare i prodotti tedeschi. Una tattica brillante, non c’è che dire, ma sicuramente non una tattica da paese che sta in un’unione, perché questo modello può funzionare UN PAESE PER VOLTA.

Puntino n.4: il differenziale tra la competitività tedesca e italiana è dato quasi esclusivamente dal delta di inflazione. I tedeschi non vincono perchè sono più bravi, ma perchè succhiano le ruote degli altri. E allora perchè Monti dice che il suo principale fallimento è stato di non avere riformato abbastanza il mercato del lavoro? Perchè insistono che non attiriamo investimenti e non ripartiamo per colpa della scara produttività e dei troppi vincoli al lavoro? Vedi puntino n.9.

Puntino n.5: in Germania c’è un dibattito chiaro intorno al concetto che dovrebbero smetterla di fare concorrenza agli altri sui bassi salari e discutono apertamente di aumentare gli stipendi del 4-5% per aiutare gli altri paesi europei. Per loro è evidente che le cose sono andate così: salari bloccati, minijobs e sussidi a manetta per non far crepare di fame il Volk. Tanto c’è l’avanzo estero a pareggiare il tutto (si fa per dire: anche frau Merkel il fiscal kompact con la kappa lo vede dal binocolo, chè pure loro stanno più vicini al cento che al sessanta).

Puntino n.6: la UE dice chiaramente che il nostro debito pubblico è tutt’altro che insostenibile, anzi (paragrafo 7.9.1 Italy does not appear to face a risk of fiscal stress in the short-term. Sustainability risks appear to be medium in the medium run, while becoming low in a long-term perspective”). Ma come? La colpa non era del debitopubblicobruttobruttocorruzionecastaetcetc (copyright by Bagnai)? Non dovevamo mettere il pareggio di bilancio nella costituzione?

Puntino n.7: fin dal 2001 era chiaro a tutti che senza delle crisi non ci sarebbero stati importanti cessioni di sovranità. Era chiaro anche a Monti, ovviamente (LUISS – 2011: «I passi avanti dell’Europa sono cessioni di sovranità. I cittadini possono essere pronti a queste cessioni solo quando c’è una crisi in atto»).

Puntino n.8: la crisi Greca, che ha dato inizio al tutto è stata tutt’altro che “spontanea”: come racconta Manfredi De Leo nell’e-book “Contro l’austerità“, il governatore della Banca Centrale ha deliberatamente aperto il mercato alle speculazioni per ottenere l’effetto di scatenare il panico. Del resto le misure in Grecia stanno funzionando, disse Monti in tempi già sospetti (29/11/2011 Financial Times “[W]hat Greece has decided and has implemented is already the best demonstration to date that the euro as a vector of structural transformation is functioning”)… certo, stanno funzionando perché stanno creando quello che volevano loro: una crisi grazie alla quale ottenere una cessione di sovranità. Non senza ironia, il Financial Times, (Nota n.69 dell’e-book) che diede notizia dello strano “errore” del Governatore greco, nota che la stessa decisione venne presa anche da Bankitalia. Quando? Nel giugno 2011, cioè quando iniziò la spirale che avrebbe portato prima alla lettera della BCE con gli impegni draconiani dell’Italia e poi qualche mese dopo al Governo Monti. Coincidenze?

Puntino n.9: alla fine chi ci guadagna se restiamo dall’euro? E chi ci perde dall’uscita? Non sarà mica la Germania quella che ci perderebbe di più, se uscisse? Lo dicono i tedeschi e in fondo lo dice lo stesso Monti, nella sua famigerata Agenda: l’Italia è contributore netto all’Unione Europea, ovvero mette più soldi di quanti ne riceve (vedi anche qui per un’analisi più articolata), ma soprattutto, lo dicono studi indipendenti (Merryl Lynch, citato in Bagnai – Uscire dall’Euro): se uscissimo dall’euro l’Italia avrebbe un impatto del +3% sul PIL, mentre la Germania crollerebbe a -7% .

Per vedere le cose con un po’ di prospettiva manca ancora l’ultimo puntino, il Puntino n.10. Zygmunt Bauman nel suo Vite di Scarto sostiene tra le altre cose la teoria dell’internalizzazione degli schiavi, ovvero: se vuoi avere schiavi a tua disposizione e non puoi più importarli  (perché non hai più colonie o perché oggi il nero alla porta non piace più, neanche se lavora gratis) allora devi fare due cose, in rapida sequenza: 1) allarga i confini del tuo territorio, includendo un po’ di nuovi schiavi da far lavorare per poco e 2) chiudi le porte agli altri. Io quando l’ho letto ho pensato subito al repentino processo di allargamento dei confini UE avvenuto nel decennio passato e tuttora in corso. E voi? Ma non finisce qui.

E ALLORA ECCO IL DISEGNO FINITO

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Spostare un po’ di produzioni in Croazia, in Slovacchia o in Polonia può bastare per vincere la guerra nella UE, ma non per battere la Cina. Per vincere la guerra mondiale dell’export nel mondo a somma zero ci vuole ben altro che un po’ di operai a basso prezzo. Ci vuole un tessuto produttivo al proprio servizio, ci vogliono interi settori industriali che lavorano per te, ci vogliono distretti industriali, con il loro indotto e il loro know-how. In Grecia se ne trova qualcuno, ma gli ellenici sono solo dieci milioni e, disdetta, hanno sempre prodotto per lo più per il mercato interno. Vuoi mettere qualche bel paese di quaranta o più milioni di abitanti o, meglio ancora di sessanta che fino a qualche tempo fa produceva di tutto? Un ex paese esportatore che passa a lavorare per te così ti levi anche un concorrente da in mezzo ai maroni? Spagna e Italia non sono la Grecia: in questi paesi c’erano industrie automobilistiche, motociclistiche, chimiche, petrolifere. Altro che acquisire la COSMOTE.

L’Europa dovrebbe essere un luogo di solidarietà dove i paesi collaborano per un maggiore benessere comune, non un posto dove ci si scanna a colpi di chi paga meno i propri lavoratori.

Eppure è lì che ci stanno portando. Non parlano di continuo di competitività e di flessibilità del lavoro e di quanto dobbiamo riformare il mercato del lavoro per stare al passo con gli altri? Monti ne sta facendo un punto base della sua campagna elettorale, come se quello fosse il problema. Perché andare verso la stessa strada della Germania? Per salvare l’Italia o per preparare il terreno alla prossima tedeschizzazione del tessuto produttivo (concorrenza micro) ma – sia chiaro – senza i programmi Hartz IV a salvare qualcuno dalla povertà (disciplina macro).

Non so voi, ma io voglio uscire da quest’incubo. La strada non è difficile, basta unire i puntini…

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