Cipro (e tutela dei depositi) 4 dummies

Posted on 24/03/2013

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Nel ribadire il mio disinteresse per le consultazioni di Bersani  e per le convulsioni intorno all’assedio mediatico al M5S (consiglio spassionato, con la crisi di governo e le consultazioni bisogna fare come Beautiful: ignorateli e poi riaccendete solo una volta ogni tanto per  vedere a che punto stanno; nella gran parte dei casi scoprirete che non vi siete persi nulla), mi interesso più che altro della crisi di Cipro e del destino delle nostre vite, quelle vere, quelle legate ai soldi e al welfare, all’euro e ai saldi dei conti correnti.

A proposito di conti correnti, nella crisi cipriota credo vada affermato un principio che, a dirlo sembra banale, ma che nessuno in Italia ricorda (infatti l’unico post che ne parla è su Vocidall’estero, il blog che riporta le notizie estere ). Il principio che I SOLDI CHE I CORRENTISTI METTONO IN BANCA NON SONO INVESTIMENTI A RISCHIO, MA DEPOSITI. So che mettere il maiuscolo in internet equivale a urlare, ma qui urge farlo, visto che nessuno ascolta. Un conto è comprare azioni o obbligazioni di una banca, per ottenerne un rendimento, un conto è depositare i propri soldi in una banca per non tenerseli nel baule sotto al letto.

Il concetto che stavano applicando a Cipro era quello che, se una banca prende i soldi che ha e li butta metaforicamente nel cesso nel tentativo di ricavarne gli interessi da pagare a quelli che glieli hanno dati, la perdita debbano pagarla i depositanti e non, citando le regole del Comitato di Basilea, gli azionisti e i creditori della banca.  Certo, poi, gli allegri signori della stabilità bancaria nel concetto di “creditori” includono anche i depositanti, ma a Cipro si voleva fare di più. A Cipro si cerca di far pagare SOLO ai depositanti, dato che azionisti e obbligazionisti rimarrebbero sostanzialmente indenni. Primo creditore fra tutti? La BCE (capito come si fa?). Addirittura qui si racconta che, dovendo scegliere tra i depositanti, il primo ministro si opponesse fieramente a far ricadere troppo peso del default sui depositanti “non garantiti” – in gran parte russi, fate voi di che tipo – a scapito di quelli “garantiti”, cioè depositanti veri, con i loro soldi veri e normali sul normalissimo conto corrente. Questo fino al volto contrario del parlamento, ma è un discorso diverso e andrebbe affrontato a parte.

Il punto da affrontare, invece, è che siccome ho come il sospetto che quello che sta accadendo lì poi potrebbe accadere qui, vale la pena stabilire alcuni punti fermi della situazione attuale, che confutano il più elementare dei principi economici: a maggior rendimento corrisponde maggior rischio. Un par de ciùfoli, direbbero a Roma.

In teoria, chi concorre per un maggior rendimento deve sopportare  un maggior rischio. Le azioni sono senza dubbio le più rischiose tra le forme di investimento, seguite dalle obbligazioni e dai prestiti, in qualunque forma siano realizzati; i depositi su conto corrente non sarebbero nella stessa categoria, anche se, a rigor di logica, se garantiscono un rendimento devono essere associate ad una qualche forma di rischio. Ma quanti conti correnti, oggi, garantiscono un rendimento? Ormai molti sono i tipi di conto che magari associano a spese ridotte un rendimento nullo. Dal che si deduce che i depositanti dovrebbero – a Cipro come da noi – essere gli ultimi, ma proprio gli ultimi da cui andare se una banca fa default e che, se proprio devi andare a prenderli, dovresti partire dai correntisti che prendono un rendimento più alto. Il contrario di quello che paventavano di fare a Cipro, quindi.

Ma la logica delle crisi, si sa, è un’altra. Chi ha i maggiori rendimenti non rischia nulla, perchè prima sono tassati gli sfigati, dopo, molto dopo (spesso mai) tutti gli altri.

Ma agli sfigati de noantri, cioè noi, ci dicono che possiamo stare tranquilli e che noi ci abbiamo il Fondo di Tutela dei Depositi che garantisce fino a 100 mila euro per correntista. Il che sembra vero, guardando le FAQ. In teoria. Perché in pratica il Fondo funziona in modo mutualistico (vedi qui), ovvero se fallisce una banca, sono le altre banche a fornire i fondi ai correntisti e lo fanno solo in quel momento, perché – occhio che viene il bello – non hanno messo via dei soldi prima. Quindi se una banca va in default, le altre pagano, ma solo se in quel momento hanno i soldi per farlo e se i soldi da mettere nella prima banca non sono troppi per le loro possibilità. E quali sono le loro possibilità? Non molte, tanto che l’hanno ammesso pure loro, scrivendo l’articolo 21 dello Statuto che dice esplicitamente che il fondo stesso non può somministrare più dello 0,8% del totale delle somme garantite. Tenendo conto che per il Bollettino Statistico di Bankitalia (pag. 69) i depositi bancari liquidi in Italia, cioè conti correnti e depositi, sono circa 1.200 miliardi di euro, ciò significa che non saranno rimborsabili default superiori a 10 miliardi di euro. Il solo gruppo Unicredit ha raccolta diretta per oltre 400 miliardi di euro. Come la mettiamo, allora?

Meditate gente, e lasciate perdere le consultazzzzzzioni, che tanto ancora per qualche giorno non succede niente. Niente di importante, almeno.

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