Welfare dei ricchi – le pensioni d’oro parte 2

Posted on 20/08/2013

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ADDENDUM DEL 21/8: Lavoce.info esce quasi in contemporanea con questo post estremista quasi quanto il mio che fa il primo passo logico, ovvero chiede di CONOSCERE I VERSAMENTI effettuati dai pensionati d’oro in modo da CONFRONTARLI CON LE PENSIONI PERCEPITE (retributive) per poi arrivare a ricalcolare il tutto ponendo – guarda un pò che coincidenza – un TETTO ai trattamenti pensionistici corrisposti. Richiesta sacrosanta e fattibile: l‘INPS i dati ce li ha, come sa bene chiunque abbia consultato il proprio estratto conto previdenziale, quindi si tratta solo si volere o no. Ma questi sono tecnicismi, sul piano dei principi, anche loro non vanno per il sottile. State a sentire: “come potrebbe la Corte Costituzionale opporsi a un provvedimento che riduca queste pensioni d’oro (…)? A quali “diritti acquisiti” potrebbe fare riferimento al cospetto di persone (parlavano degli esodati, una delle tante categorie di cittadini penalizzati dalle varie riforme) che hanno visto allontanarsi la pensione e accorciarsi il periodo di fruizione dei trattamenti di mobilità e che si vedrebbero negare un aiuto dalle decisioni della Consulta?”. L’onda sta montando…

Nella prima parte del ragionamento ho sollevato dei dubbi sulla costituzionalità di alcuni meccanismi alla base del Welfare dei ricchi, primo fra tutti quello alla base di molte delle pensioni d’oro. In questo post vedremo il perché, partendo da un esempio pratico molto preciso, quello fatto dal sottosegretario Dell’Aringa in aula, ovvero Mauro Sentinelli, l’ex dirigente Telecom da 90k euro al mese. Alcune fonti più professionali di altre hanno spiegato come ha fatto a ottenere un simile trattamento. Ebbene, il meccanismo è semplice: il manager si era fatto aumentare lo stipendio appena prima di lasciare il lavoro, in modo da alterare in suo favore il calcolo tutto retributivo della futura sua pensione, che in quel caso era pesantemente influenzato dall’ultimo stipendio. In tempi di regime retributivo, aumentare lo stipendio in extremis a chi stava per andare in pensione era una diffusa e costosa abitudine, il cui costo non lo sopportava chi concedeva l’aumento e la cui frequenza aumentava al salire della posizione del pensionando. Questo non mi sembra un comportamento conforme ai principi della nostra Costituzione e mi ricorda molto i crimini di tipo ambientale, dove qualcuno fa i comodi suoi inquinando l’ambiente circostante. Qui l’inquinamento è di tipo economico, ma ugualmente dannoso: per premiare qualcuno, scarico sulla collettività dei costi assurdi che addirittura diventano diritti. In astratto, un ricorso ben studiato potrebbe avere qualche chance di successo, ma c’è un problema: proprio la Corte costituzionale è stata un posto dove quella curiosa abitudine era molto in voga e i presidenti cambiavano piuttosto spesso in modo da permettere a più “insiders” possibile di mettersi in congedo col massimo grado del funzionario pubblico (e quindi della pensione). Basta scorrere l’elenco dei presidenti: 36 in 57 anni quando la carica è prevista per tre anni (era quattro fino al 1967), solo uno su dieci in carica per più di due anni, sei degli ultimi nove in carica per meno di otto mesi, vi sembra normale? E’ improbabile che proprio la Consulta dia ragione a una eventuale istanza di incostituzionalità di quello schema che i suoi membri applicano così di frequente. Dobbiamo ragionare a un livello di astrazione più alto.

Aumentarsi lo stipendio in extremis era solo uno dei tanti modi con cui una situazione di sostanziale caos normativo poteva essere sfruttata per ottenere- in assoluta legittimità- trattamenti di favore e trasformarli in diritti. Che poi col tempo si consolidavano e aggiungevano la parola magica “acquisiti” e il gioco era fatto. Acquisisci un diritto di qua, acquisicine un altro di là ed ecco che il sistema pensionistico italiano è diventato col tempo un coacervo di trattamenti diversi ed eterogenei che spesso non si sa neanche più da dove arrivino. Centinaia di regole diverse distinguono tra categorie ormai non più esistenti per motivi che nessuno ricorda o che si preferisce non ricordare (un esempio tra i mille: le pensioni in  Bankitalia). La realtà è che non c’è un motivo particolare per tutte quelle eccezioni: in vari momenti storici alcune categorie hanno potuto farsi una legge ad hoc e l’hanno fatta. Fine delle trasmissioni. E se questo è vero, allora è l’intero sistema pensionistico italiano a non rispettare – con le sue mille e più differenziazioni – l’articolo 3 della Costituzione e il principio di uguaglianza fra i cittadini. Ogni singolo trattamento di favore troverà sempre un giudice prossimo pensionando pronto a scervellarsi per trovarne la ratio, ma non esiste una ratio che spieghi TUTTE le differenze. L’attacco va portato al sistema intero, non alle singole sue espressioni. E poi, un singolo ricorso può essere facilmente annegato sui media (come, di fatto era avvenuto con la 116, fino all’interrogazione di un parlamentare) mentre un ricorsone unico può avere una rilevanza maggiore e creare quindi più pressione sui giudici a decidere con valide ragioni.
Tuttavia distruggere non basta. Perché l’eccezione di incostituzionalità dell’attuale sistema abbia un forte, anzi fortissimo substrato di credibilità, va presentato un progetto di Sistema Pensionistico 2.0 che tragga origine dai princìpi fondamentali della Carta Costituzionale e per questo diventi inattaccabile. Le decisioni della Consulta non sono solo “tecniche”: un ricorso accompagnato da un progetto è diverso da un ricorso solo “destruens”.
Provo a fare un esempio il più semplice possibile senza pretese di azzeccarci al primo colpo, ma soprattutto per rendere l’idea, collegando la Costituzione ai princìpi del nuovo sistema. I verbi sono al presente, che è più assertivo.
IL SISTEMA PENSIONISTICO 2.0
Nel Sistema Pensionistico 2.0  tutti i cittadini ottengono dallo Stato un assegno nel momento in cui non sono in grado di provvedere al sostentamento economico attraverso il lavoro, che è la modalità standard, (come dice l’art.1) proprio o di altri soggetti. Quando le cause di tale situazione diventano permanenti – secondo i criteri di legge – l’assegno diventa anch’esso permanente e si qualifica come pensione. La pensione, dal giorno dell’approvazione della riforma in poi, diventa finanziata dalla fiscalità generale (Art.2 “la Repubblica (…) richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà (…) economica e sociale”) che integra i contributi versati dai lavoratori in attività. Sarebbe interessante chiedere ai giudici della Consulta che solidarietà economica e sociale stanno adempiendo i pensionati d’oro che dicono “io il mio ce l’ho, tu arrangiati”. La pensione si eroga a tutti i cittadini secondo le medesime regole (Art. 3 – “Tutti i cittadini hanno pari dignità (…) e sono uguali (…) senza distinzione (…) di condizioni personali e sociali”. Quindi tutti i cavilli che dicono che i magistrati prendono una certa pensione e gli operai un’altra e chi ha iniziato a lavorare entro una certa data prende di più e chi dopo prende di meno sono incostituzionali. Questo nettissimo taglio con la gestione attuale dovrà essere giustificato da improrogabili ragioni di bilancio e di equità: per il bilancio non ci sono problemi, perché i numeri parlano da soli, certi trattamenti non possono essere giustificati quando il nostro paese ha firmato un patto che ci vincola per i prossimi vent’anni a ridurre il debito pubblico in misura draconiana e, finchè non lo rinegoziamo – come sarebbe giusto – a quello siamo vincolati (a proposito… grazie Tremonti, eh…e pensare che parla ancora). Per l’equità mi pare solare che la versione 2.0 è molto, ma molto, ma molto più equa e aderente ai princìpi costituzionali del sistema 1.0 attuale. E il ricorso di cui parlavo prima sarebbe un’ottima base di partenza per picconarlo.
La pensione è finalizzata a consentire al cittadino che non è più in condizione di partecipare alle attività produttive di mantenere un livello dignitoso di vita e per questo – quando non ci siano altre fonti di reddito – ha un valore minimo di 1500 (??) euro lordi mensili, comprensivo di tutti gli assegni in essere precedentemente. Per lo stesso motivo l’assegno ha anche un limite massimo, fissato in 5000 euro lordi mensili. L’importo del trattamento, in presenza di almeno 20 anni di contributi – è determinato PER TUTTI I CITTADINI CON IL METODO CONTRIBUTIVO in base alle somme versate nel corso della vita lavorativa, fermi restando i limiti minimi e massimi sopra citati. Queste regole entrano in vigore con effetto immediato per tutti i trattamenti in essere e futuri di qualsiasi tipo. Tutti i trattamenti attualmente in essere entrano a far parte, con le attuali modalità di calcolo, del monte pensioni individuale, per il quale valgono comunque – in assenza di altri redditi – i limiti minimi e massimi sopra indicati.
Lo Stato favorisce l’esistenza di fondi pensione settoriali o aziendali che eroghino, con le proprie fonti di finanziamento e le proprie regole, assegni integrativi per i propri aderenti, esattamente come oggi (anche di più, magari utilizzando parte dei miliardi risparmiati tagliando sopra i 5000 euro).
Piace?
Ci sarebbe da ragionare sui limiti minimi e massimi in presenza di familiari conviventi (due coniugi, uno con pensione ex-lavorativa retributiva da 1,3k euro e l’altro con pensione sociale senza contributi versati, quanto è giusto che prendano? 1500 più la sociale oppure 3k, cioè 1500 per due?) ma le idee base dovrebbero essere queste.
Obiezioni? Si cambierebbero i patti in corso di svolgimento, si violerebbero dei diritti acquisiti? Intanto sono convinto che per la gran maggioranza dei pensionati – quelli non ricchi – se ci dovessero essere cambiamenti, sarebbero in meglio. Per gli altri, mi viene da dire poverini… sapete quanti diritti acquisiti sono già stati violati negli ultimi decenni? Vogliamo parlare delle riforme Fornero &c.? Vogliamo discutere dei contratti collettivi non rispettati o totalmente ignorati? Vogliamo parlare dei diritti mai riconosciuti a certe categorie di cittadini con l’unica colpa di essere nati troppo di recente rispetto agli altri? O preferite fare due conti sulle pensioni che prenderanno quelle categorie di cittadini (precari, co.co.co etc.), sulle quali i dirigenti INPS si espressero dicendo che preferivano non pubblicizzare troppo questi dati per evitare rivolte. E allora rifaccio la stessa domanda: quanto queste situazioni sono conformi all’articolo 3 della nostra Costituzione? Eh sì, come dicevo nella parte 1, hanno proprio esagerato a tirare in ballo i princìpi per difendere dei privilegi. Se guardiamo ai princìpi è tutto da abolire, altro che contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro.
Mi sbaglierò, ma alla fine non la vedo come una questione giuridica. Anche la grazia a B è una cosa giuridicamente lunare, lontana anni luce da qualsiasi legge o giurisprudenza. Eppure la faranno.
Come sempre quando si parla di decisioni politiche, è questione di volontà.
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