Il frame e la spending review

Posted on 26/03/2014

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Gli illuminanti articoli di Marcello Foa sull’Ucraina, oltre che spiegarmi quello che sta succedendo là, mi hanno reso finalmente chiaro il concetto di “frame”, cioè di quella cornice che serve a pre-costruire l’interpretazione di tutte quelle notizie che da lì in poi ci metti dentro. Sull’Ucraina il frame dice che il cattivo presidente oscurantista e retrogrado non voleva che il popolo si unisse alla grande Europa e reprimeva il popolo stesso che  democraticamente  manifestava a Maidan. Il fatto che ad esempio, i  manifestanti di Maidan si siano quasi subito trasformati in neonazisti armati e, poi, che il 95% degli abitanti di Crimea volessero andare con la Russia è del tutto irrilevante, quando inserito nel frame. Il frame fa si che anche reportage corretti (e Foa stesso li individua, anche su Repubblica, a firma del suo collega Nicola  Lombardozzi) siano poco influenti, se contornati da un numero preponderante di elementi coerenti con la cornice, perché è la cornice che fa scegliere al cervello -se poco consapevole-  quali elementi ricordare e quali altri scartare.

Uno dei terreni su cui il frame è particolarmente efficace è l’economia, in special modo se si parla di stato e spesa pubblica. Lì opera indisturbato il frame spesapubblicastatocorruzionebrutto per cui il messaggio che passa ad ogni occasione utile è che

  1. La spesa pubblica è intrinsecamente improduttiva (sottinteso, quella privata no);
  2. Quindi, ogni riduzione della spesa pubblica è buona e giusta.
Dentro questa cornice, ogni Spending Review (SR) non può che atterrare diretta nell’amigdala dell’ascoltatore e, più precisamente, nella zona dove albergano le immagini (stratificate con cura negli anni passati) di dipendenti pubblici nullafacenti, ministeri polverosi, militari che fanno la guardia ai bidoni etc. È lì che l’elettore medio esulta e -magra soddisfazione- dice “sì, fanno bene”, facendo salire per qualche giorno l’indice di popolarità del premier di turno, e tanto basta.

Imbecille, mi viene da dire, idiota che non sei altro. Lascia inattiva la tua amigdala e ragiona. Premesso che il dipendente pubblico nullafacente lo prenderei a calci nel sedere pure io, tre sono le semplici cose da tenere presenti OGNI VOLTA che si parla di spending review

  1. Il dipendente improduttivo, quando esce dal suo improduttivo posto di lavoro con lo stipendio in tasca, va per lo più in un produttivo negozio privato a fare la spesa, comprando beni prodotti da sacrosante aziende private. Ricordare sempre la prima legge dell’economia vera: la spesa di uno è l’incasso di un altro, nella misura in cui opera il punto tre, quindi l’eliminazione tout court della spesa è un disastro che conosciamo bene. Eppure, per la cronaca, lo stato italiano è in avanzo primario dal 1992, cioè sono 22 anni che incassa di più di quanto spende e anche guardando solo la spesa, è piuttosto parco, dicono i numeri senza contare che tra poco grazie al Fiscal Compact ereditato dal l’ineffabile coppia Berlusconi-Tremonti, dovremmo cavare fuori da qualche parte tra i tenta e i cinquanta miliardi l’anno di riduzione del debito. Ma il frame dice di ridurre, addirittura (l’ho sentito con le mie orecchie nel la trasmissione prima del GR delle sette) perché “ridurre la spesa pubblica sarebbe un modo di riavvicinare la gggente allo stato, oggi così malvisto”.
  2. La SR in Italia colpisce per definizione solo spese produttive. Riflettete e rispondete con onestà alla seguente domanda: se in un ospedale dove ci sono dieci primari e sette reparti arriva la SR, c’è qualcuno che pensa seriamente che diminuiranno i primari? Taglieranno il pronto soccorso, segheranno gli infermieri precari, taglieranno i turni di notte, ma i primari non li toccherà nessuno, come avvenuto qui e in mille altri casi. Ciò avverrà in ragione di una precisa legge del nostro sistema politico-economico: una spesa é tagliabile se e solo se non remunera delle connivenze; se una spesa non ha padrini (magari perché serve, quindi non ne aveva mai avuto bisogno), quella è la voce da tagliare: che fosse necessaria non conta, di fronte all’Europa, alla SR, alla legge di stabilità, a sta cippa che ce lo chiede non c’è altra strada, (altro frame economico).
  3. La propensione al consumo. So che quando dicono che Renzie fa la SR è perché deve tagliare il cuneo fiscale dovuto alla spesapubblicacastacorruzionebrutto, molti pensano che i soldi tolti ai primari improduttivi finiranno nell’economia reale e diventeranno produttivi. Beh, non è proprio così. Innanzitutto discuterei di quanto sia di sinistra un’idea che mette più soldi in tasca di qualcuno che qualcosa già guadagna, invece che occuparsi di chi non guadagna nulla (a quanto sta la disoccupazione giovanile? 41 per cento? Ma no, dai). Ma facciamo finta che sia un’idea giusta, e domandiamoci quanto sia un’idea utile. È noto e comunemente accettato che esiste una cosa che si chiama propensione al consumo, che misura che percentuale di un reddito viene spesa da colui che lo guadagna. Questa percentuale é tanto più alta quanto più basso è il reddito, perché con i primi soldi si coprono i bisogni essenziali, quelli incomprimibili. Poi, man mano che il reddito cresce, i bisogni essenziali vengono soddisfatti e la propensione al consumo si allontana via via dal 100%. È facile capire, quindi, che gli 80 euro in più che si aggiungono ai, poniamo, 1000 euro di stipendio esistente verranno spesi non completamente, mentre i soldi di uno stipendio nuovo di zecca si. E non dimentichiamo il moltiplicatore fiscale che, in periodo di recessione tende ad avvicinarsi al due dal che discende che gli 80 euro di cuneo fiscale diventeranno 60 o 70 euro di PIL, mentre sarebbero diventati 140 se fossero rimasti spesa pubblica. EFFETTO TOTALE  DELL’OPERAZIONE SUL PIL: MENO 70 (altro che zero).
I frame sono potentissimi, ricordarselo non guasta perché -come l’AIDS nello spot di qualche anno fa- se lo conosci lo eviti, se lo conosci non ti uccide.
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