War 4 dummies – le conseguenze economiche della pace

Posted on 30/08/2014

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Prendo a prestito il titolo di un famoso libro di uno dei maggiori geni del ‘900, ovvero John Maynard Keynes, per sviluppare un ragionamento sulla guerra, argomento che campeggia in tutti i media mainstream, nei discorsi del Papa e quindi probabilmente si occuperà – direttamente o indirettamente – anche di noi nel prossimo futuro.
Lo spunto viene da un articolo di Paul Krugman, che, partendo dal presupposto (sostanzialmente esatto) che il vero motivo che sta dietro ad ogni guerra è prima di tutto economico, si chiede come mai le guerre continuino ad esserci anche se esistono dimostrazioni economicamente fondate del fatto che non sono convenienti. In altre parole: se chi muove guerra lo fa per soldi eppure alla fine non ci guadagna, nemmeno quando vince in breve tempo, perché continuano ad esserci le guerre? PK individua alcune possibili ragioni singolarmente valide (cultura del potere, inganni di prospettiva, fattori contingenti di convenienza politica) che sicuramente hanno il loro peso, ma dimentica di citare un dato, che è forse quello decisivo. Il dato è che, con poche eccezioni, chi decide di fare una guerra, chi paga i costi di quella decisione e chi ne incassa i guadagni sono tre gruppi sociali diversi. Krugman e lo studio da lui citato ragionano ad un livello di astrazione molto alto, nel quale l’ente di riferimento è uno solo, e il conto economico pure.

E invece, caro Krugman, i conti economici da fare sono almeno tre.

Quello dei civili è in rosso spinto (e non solo economicamente, purtroppo), quello dei politici può essere in utile se le cose vanno bene (e PK stesso porta diversi esempi) o in perdita se le cose vanno male, ma si tratta quasi sempre di perdite relative, simboliche: a parte qualche caso di dittatore finito male, la gran parte dei politici di gran parte del mondo non ha finito i propri giorni in prigione o povero in canna, nemmeno dopo avere fatto guerre sbagliate. Il conto che torna sempre è, invece, quello dei soggetti economici che ruotano intorno alla guerra, quello che già il generale Eisenhower definiva il “complesso militare industriale”: il loro guadagno, infatti, non dipende dall’esito dei conflitti, ma dalla durata ed è sempre e comunque maggiore di zero. Neanche in tempo di pace i loro guadagni diventerebbero zero, perché, salvo il Costarica, tutti i paesi, anche quelli in pace, hanno comunque un esercito da mantenere e rifornire, ma, si sa, l’avidità è un male molto diffuso in certi ambienti, e fornire un esercito che fa solo esercitazioni non gli fa guadagnare abbastanza.
La tripartizione non rappresenterebbe un problema, se vivessimo in regimi democratici e perfettamente trasparenti: la maggioranza sarebbe del popolo, i signori della guerra sono quattro gatti e, siccome i politici sarebbero eletti dalla maggioranza dei cittadini, questi voterebbero solo politici che non gli fanno pagare i costi delle guerre, cioè che non ne fanno. Peccato che la realtà ci racconti una storia diversa: i politici sono fortemente influenzati dai signori delle guerre, oppure, se opera il noto meccanismo delle “revolving doors”, sono addiriuttura gli stessi e quindi la guerra la vogliono, eccome. Quelli che pagano il prezzo e che dovrebbero incazzarsi sono tenuti all’oscuro della gran parte dei fatti e si formano una visione delle cose altamente distorta da storielle più o meno riuscite su missioni umanitarie, esportare la democrazia, genocidi etc etc E quindi pagano il prezzo contenti e votano proprio quei politici. Pensate all’America ai tempi di Bush: il vicepresidente e il segretario alla difesa, Dick Cheney e Donald Rumsfeld, erano tra i maggiori azionisti delle più grandi imprese belliche del paese, e il segretario di stato, Colin Powell, era un ex militare. Se avete visto W di Oliver Stone, e avete presente che tipo di presidente (e di persona) era George W, non avete bisogno di altro per capire la logica che ha guidato le decisioni di quegli anni. E i due erano dentro anche nell’amministrazione del padre, ai tempi del primo attacco all’Iraq.
Et voilà. Eccovi servita la logica inoppugnabile della guerra permanente, che poi è la logica degli operatori del settore bellico: le guerre non è importante vincerle, ma farle durare il più possibile. E questo chiude anche il discorso sul perché di certe decisioni e comportamenti di molte delle parti in causa nei vari conflitti che sembrano fatti apposta per alimentare la guerra, anziché scoraggiarla.
A questo proposito, alcuni giorni fa mi è capitato tra le mani un rapporto interno dei servizi segreti USA che, nel 2009, faceva il punto sull’efficacia della strategia americana nella così detta guerra al terrore (stava in questo libro). Il rapporto molto lucidamente delineava il fallimento della politica americana, perchè l’obiettivo principale di AlQaeda e di tutto l’islamismo radicale non era fare attentati, ma costituire da qualche parte uno stato islamico tutto loro, dal quale far partire l’ultima fase della guerra all’Occidente. E in quel momento, data la situazione in Iraq e Afghanistan, l’obiettivo sembrava più vicino di quanto non lo fosse nel 2001, dal che era evidente il fallimento delle azioni di contrasto americane. Figuriamoci adesso, che di stati destabilizzati ne abbiamo almeno altri tre o quattro, per di più adiacenti o quasi. Quindi la domanda sorge spontanea: sono del tutto scemi oppure NON stanno affatto facendo la guerra al terrore, come dicono?

Il fatto che l’ISIS abbia goduto di ingenti appoggi e finanziamenti occidentali (di cui nessuno oggi parla) è un potente indizio, così come lo è la dettagliata ricostruzione degli ultimi trent’anni di guerre più o meno mondiali fatta su CDC quiqui e qui, che parte a sua volta da un ulteriore indizio (e siamo a tre) moooooolto rilevante: le parole del Papa che ammoniscono a non fare altri bombardamenti per fermare la terza guerra mondiale in atto. Il suo, dicono giustamente, non è pacifismo di facciata: Papa Francesco è il migliore dei gesuiti, un ordine il cui realismo è quasi leggenda (positiva o negativa fate voi), quindi se dice che bombardare non serve è perché sa che la guerra in corso non è né spontanea, né inevitabile. Ci sono forze che aizzano volutamente il fuoco, e a quelle forze lui sta dicendo “so che siete voi e so che ascoltate: piantatela“. Subito dopo questo intervento pubblico muoiono in un” incidente “ tre suoi parenti in Argentina. Casualità o segnale, tipo “non farlo più”?

E’ così azzardato pensare che tre o quattro anni fa i circoli decisionali più influenti abbiano fatto due più due e abbiano deciso che in giro c’era forse un po’ “troppa pace”? Il capitalismo, dice Baumann, è parassitario e non coltiva per il domani: se si esaurisce un pascolo  va a rubarne un altro. I pascoli della finanza casinò erano saltati, bisognava spremere un po’ di più i pastori e tornare su terreni più tradizionali, ad esempio  la guerra. I frutti sono sotto i nostri occhi: austerità, disoccupazione, povertà in aumento e guerre montanti.

Benvenuti nell’era del regressismo.

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